sabato 17 novembre 2012

Odio ripetermi




Io odio ripetermi.
Io odio ripetermi.

Provo un’istintiva simpatia umana per chi investe energia, passione e intelletto al servizio di una battaglia di cui si è politicamente innamorato; a me capita sempre più di rado, proprio quando dovrei essere all’apice del mio istinto di militanza da ventitrenne italiano.

No, sul serio. I militanti e gli appassionati sono il mio genere preferito di essere umano; sto e starò sempre qualche passo più indietro di chi passa il suo tempo a combattere in nome di una causa.
Io non lo faccio abbastanza e sono in torto a priori.  La mia vita pubblica, in quanto “animale politico”, è compromessa dall’imbarazzo più estremo nei confronti di ogni singola istituzione esistente. Vorrei fare il vero cittadino e andare a votare coscienziosamente, ma poi faccio cazzate. Lo ammetto, faccio un sacco di cazzate.

Ho votato Di Pietro, per dirne una.

Esco di casa convinto di star facendo del bene e finisco con il contribuire ad eleggere Scilipoti in parlamento: mi tappo il naso in cabina elettorale accendendo un cero al dio del “meno-peggio”, e poi dal partito di cui ho ingrossato le fila si fanno arrestare perchè spendono soldi pubblici nel videopoker.
I leader di sinistra raccontano in tv che i loro modelli sono De Gasperi, Papa Giovanni e il Cardinal Martini.

Io ti capisco, Sinistra italiana. Se avessi continuato a seguire un’onda solo per il senso interiore che la mia vita trae nel farlo, a quest’ora starei pontificando anche io contro la Tav e contro gli ebrei. Sarei diventato un piccolo-borghese che va a cucinare alla cena pro-Hamas del centro sociale dietro l’angolo, e sarei tornato a casa tutto contento dopo aver sputato sulla parete di una sinagoga.
Magari prima o poi avrei elaborato il coraggio per votare Grillo, e il cerchio si sarebbe chiuso.

Però adesso basta. La comprensione umana nei confronti di chi mette da parte la lucidità e la moderazione in nome di una causa di cui è profondamente innamorato finisce nel preciso istante in cui comincia il razzismo. Lo stesso terreno culturale che una volta produceva partigiani, liberatori, padri fondatori della Costituzione, intellettuali straordinari e grandi letterati, premi nobel, scienziati... adesso partorisce terrificanti sentimenti di violenza e odio che sfocia nel razziale, manifestazioni di solidarietà a entità e istituzioni di cui non si conosce una virgola.
Nessuno dovrebbe leggere in maniera univoca la questione palestinese, nemmeno i più grandi politologi sulla faccia della terra. In particolare, nessuno che non sia certo di avere inequivocabili e indiscutibili strumenti per farlo, può permettersi di parlare in nome di Gaza.

Voi non siete Gaza.

Siete il prodotto di vent’anni di vuoto politico, che vi ha ridotti ad estremi di cui non concepite neanche la gravità. Nessuno rifiuta un assist per gonfiare l’opinione pubblica della più banale e retorica isteria sociale, quella degli studenti che fanno a botte con i poliziotti, e voi lo impacchettate al servizio di chi pensate di stare combattendo.
Una delle peggiori colpe del berlusconismo è l’aver trasformato la politica in tifo da stadio, ma in questo la politica italiana è straordinariamente bipartisan: non solo per quanto riguarda il “forza Silvio!” o “Berlusconi merda!”, ma anche per cori più psicologicamente devastanti e imperdonabili.
I discorsi su Israele, ad esempio, sono la più grave espressione di questa tendenza. Una visione manichea, che si limita a odiare gli arabi o gli ebrei a seconda delle preferenze, distrugge ogni ideale per il quale i veri “eroi” della sinistra italiana si sono battuti.

Israele va criticato; le colpe dei bombardamenti e dei morti di Gaza vanno imputate prima di tutto a chi innesca il detonatore. I governi e i suoi elettori sono i principali responsabili delle stragi dei palestinesi. 
Per di più, il rapporto di morti, di sangue versato e di condizioni disumane di vita è sbilanciato dalla parte dei più poveri e di chi ha meno risorse per fuggire dalla propria realtà. Ma se anche il rapporto fosse di mille morti a dieci (e non credo che lo sia), questo renderebbe le dieci morti vittime di serie B?
Il problema non è l’astenersi dal criticare Israele, che è sacrosanto e doveroso: il problema è la completa delegittimazione del diritto all’esistenza di Israele. Se si sbandiera la propria convinzione che “Israele non deve esistere”, si passa ad un tale livello di estremismo violento che non si è nemmeno più dalla parte delle vittime palestinesi: si è semplicemente manipolati dal desiderio di avere un nemico chiaro e distinto da combattere, e si fa il male di ogni singola parte in causa.

Puoi criticare un governo, ma non puoi mai predicare odio verso un popolo o una nazione. Israele non è uno Stato-canaglia più di quanto lo siano l’Italia, gli Stati Uniti o la Francia e noi italiani “di sinistra” dovremmo saperlo più di tutti. Dovremmo comprendere fino in fondo la contraddizione esistenziale che nasce dall’amare un luogo, una storia e un popolo e nell’essere devastati dalla vergogna pensando al suo governo e allo stato delle sue istituzioni.

Odio ripetermi, ma ancora oggi, dopo tutti i “a morte Israele” letti e uditi, mantengo intatta la mia più grande stima verso chi si batte per qualcosa. A prescindere dall’esercito in cui ci si è arruolati, si è già fatto più di quanto potrei fare io, che ho sempre paura di diventare una voce in un coro. Scegliere di non essere dichiaratamente filo-palestinesi, scegliere di non parlare in nome di Gaza o di fare propaganda per Hamas, significa fare parte di una minoranza all’interno di un’altra minoranza; dal mio punto di vista, un posto in cui vale sempre la pena di sedersi.
Non smetterò mai di apprezzare chi passa la propria vita a crederci veramente. Anche io vorrei crederci veramente, ma non sarò mai disposto a spegnere le spie del rispetto verso un popolo e verso uno Stato con istituzioni democratiche.

Persino l’Italia è uno Stato con istituzioni democratiche. Abbiamo Di Pietro, Bersani, Grillo e Vendola e qualcun altro ha Nethanyau che tenta di farsi rieleggere a forza di morti. Ognuno ha le sue disgrazie e noi italiani di sinistra godiamo di una certa reputazione in proposito. Abbiamo la tendenza a diventare noi stessi la nostra più grande disgrazia, ed è una tendenza alimentata tanto dallo sciagurato asservimento e corruzione dei nostri rappresentanti quanto dall’odio anti-israeliano che molti di noi amano ostentare.  

martedì 25 settembre 2012

Palingenesi


Ho sempre considerato questo blog come un esperimento di laboratorio a basso costo, orientato ad un’attività che mi diverte e gratifica in modo particolare come il self-deprecating writing. C’è chi va a pescare e chi pratica il self-deprecating writing, e a me le trote non abboccano mai.

Scrivere e creare, avanzare pretese artistiche, è già di per sè morbosamente narcisistico e lo stesso atto di digitare sulla tastiera del computer l’espressione “morbosamente narcisistico” è morbosamente narcisistico. Per non parlare di quando si sceglie di ripetere una terza volta i termini “morbosamente” e “narcisistico” senza nessun fine particolare, se non quello di provare a raggiungere nuove vette di solipsismo.

Di per sè, non aggiornare il blog per un paio di mesi o, piuttosto, aggiornarlo di nuovo dopo un paio di mesi senza nulla di rilevante da raccontare va contro tutte le regole dell’internet di successo. Però avevo voglia di gettare via un pò di inchiostro virtuale e scrivere parole come “palingenesi”, anche se mi viene difficile pensare a come inserirla in un contesto. Diciamo che questa è la palingenesi del mio blog, oppure che oggi ho avuto una pesantissima palingenesi dopo colazione. Scegliete voi.

Arriviamo a un punto? Arriviamo a un punto.

Dal momento che non so cosa dire, e forse è solo perchè in questo periodo ho molto da fare, mentre prima avevo poco da fare e tanto da dire, vorrei parlare del perchè scrivo su un blog. Anzi, del perchè riprendo oggi a scrivere su un blog: in fondo, il cadere può anche non essere un atto volontario, ma il continuare a giacere per terra è solo colpa mia.
Forse scrivo perchè le tragedie di questa vita hanno il potenziale per diventare aneddoti divertenti nella prossima; e se poi il pensiero di un’altra vita dopo questa si rivelasse solo un’illusione, continuerebbe a essere divertente. Solo, lo scherzo lo avrebbero fatto a noi. Siamo tutti potenzialmente comici, e diventa sempre più divertente man mano che invecchiamo.

Qual è il più comune, generico e diffuso pensiero filosofico del mondo?
Risposta: la vita è una, dopodichè muori.

Investiamo la nostra fede in questo e quello, confidiamo nella terra delle caramelle, dell’albero della cuccagna e del coniglietto pasquale, ma potrebbe essere più semplice di così: potremmo sempre finire in una bara e restarci per l’eternità.
Se è questo il caso, ci è imposto, moralmente imposto, di provare a fare tutto quello che vorresti fare nella vita. In un mondo dove esiste la morte, è eticamente vietato non mettersi in gioco nel provare a seguire la propria vocazione più imbarazzante, inconfessabile e utopistica. Mi rendo conto che l’ultimo paragrafo suona come un incrocio tra il comizio di Walter Veltroni e una puntata di Glee, ma è anche quello che penso.

Per quanto mi piaccia provare a “strofinare insieme” le cose divertenti e le cose struggenti per ottenere risultati scomodi, magari sgradevoli ma significativi per ciò di cui voglio parlare, credo che per un istante, per qualche riga, diventerò spaventosamente intimo.

Quando è morta mia nonna materna, ero solo in casa. Di mattina presto, mi arriva una telefonata di mio padre per avvisarmi della cosa. Io assimilo la notizia, guardo che ora è sul cellulare e torno a dormire. Mi sveglio due ore dopo, triste ma riposato. Infilo la mia maschera di solenne cordoglio e vado a lavarmi i denti.
A qualche chilometro di distanza, mia madre non dormiva da giorni, e non dormiva bene da settimane. Si aspettava come chiunque altro che mia nonna sarebbe morta da un momento all’altro.

Ma quando quel giorno ho rivisto mia madre, aveva l’espressione più spaventata che io abbia mai visto addosso a un essere umano. Avevo già visto mia madre piangere prima di allora; diamine, avevo fatto piangere mia madre prima di allora, l’avevo vista commuoversi ascoltando “La Donna Cannone” di De Gregori e l’audiocassetta de “Il Piccolo Principe” durante i viaggi in macchina... ma questa volta era diverso. Era più terrore, paura paralizzante, quasi se la vita in pericolo fosse stata la sua, se avesse avuto una pistola puntata alla tempia.

Quando, minuti dopo, avevo chiesto informazioni a mio padre su come mia nonna se ne fosse andata, ricordo che mi aveva solo detto: «non è morta bene». Tempo dopo, avrei appreso racconti di deliri notturni causati dai farmaci contro il dolore; quadri che mi vergogno a immaginare e che non oso provare a ricostruire per la paura di sembrare sadico. Più che altro rabbrividisco al pensiero di mia madre sola nella stanza di ospedale, che assiste sua madre nelle sue ultime ore.

Persino le persone più in gamba del mondo non sono esenti dal rischio di morire male. Chiunque può giocare bene tutte le sue carte nella vita, può fare ciò che deve e contribuire al bene degli altri e di sè stesso, ma...
... ogni brav’uomo di questo mondo rischia comunque di andarsene urlando. Questa è la vera ragione fondante del perchè ognuno di noi dovrebbe dar retta ai suoi sogni più sfrenati e improbabili: diventare uno scrittore, fare un film o telefilm o un fumetto o un podcast o qualsiasi stupidaggine si possa immaginare, come scrivere su un blog. Vale la pena di inseguirli tutti e non c’è una vera ragione per non farlo.

Per quanto ami far finta di esserlo, odio il cinismo. Non porta da nessuna parte ed è inutile: in particolare verso le attività creative, artistiche o pseudoartistiche, la più immediata risposta consiste nel chiedersi: «perchè?

Perchè scrivi su un blog? E' un’idea stupida! »

Nel cimentarmi con le mie stupide, infantili ambizioni artistiche, mi piace circondarmi di “Perchè no?”. E se anche devo riconoscere che alcuni tra i miei sogni sono cose stupide o irrilevanti, è anche vero che non si possono sempre scalare montagne. Ogni tanto può aver senso realizzare una cosa piccola come due o tre pagine di microsoft word che ti rendano meno self-deprecating per qualche ora.

Grandi o piccole, cappelle sistine o fashion blogs, inseguire tutto. Perchè tutti moriremo urlando, e tanto vale divertirsi finchè siamo qui: correre dietro ai propri sogni qualunque essi siano.

A meno che non siano roba come «il mio sogno è violentare dodici bambini!». Se è il vostro caso, non sto parlando con voi. Noi non ci conosciamo.


Ma tornate presto a trovarmi qui sul blog.

mercoledì 13 giugno 2012

23 cose che ho imparato di me stesso in 23 anni di vita



1. Quando una cosa che intendo scrivere sta prendendo forma, quando la mia laurea è in dirittura d’arrivo, quando per il mio futuro sto esplorando le opzioni, quando nella mia vita non c’è niente di nuovo e sto aspettando che mi rispondano, quando non ho programmi o mi si incoraggia a portare avanti un progetto in sospeso, è allora che mi sento più pigro e depresso.



2. Non ho mai creduto a Babbo Natale, nemmeno da bambino, e ho sempre cercato di convincere i miei amici di 5-7 anni che fosse tutta una menzogna. Ho smesso di credere nei fantasmi quando ho smesso di ricordarmi i miei incubi ricorrenti, a circa 8-9 anni. Ho assistito a funzioni religiose regolarmente, con frequenza quasi settimanale, fin verso i 15 anni. Mi chiedo a che età smetterò di credere del tutto, o se qualcosa resisterà fino alla mia morte.


3. Quando si tratta di cultura pop, tendo ad odiare quello che è popolare al momento indipendentemente dalla sua qualità o valore effettivo. Alle elementari ero appassionatamente contrario a Pokemon, Aqua e Spice Girls. Alle medie imbastivo crociate d’odio per Harry Potter, gli Eiffel 65 e i cartoni animati giapponesi. Al liceo me la prendevo con Grande Fratello, Amici, O.C. e la tv berlusconiana in generale. Sarei perfetto per la pagina culturale di Repubblica.


4. Non ho un’alta opinione di me stesso eppure, per chissà quale motivo, spesso esibisco in pubblico un’espressione da “sto parlando con te solo per farti un favore”.


5. « Siamo qui sulla Terra per andare in giro a cazzeggiare. Non date retta a chi dice altrimenti » è la mia citazione preferita di Kurt Vonnegut. A proposito, avete presente il discorso finale del film The Big Kahuna, una delle robe più postate, ripostate e vomitate online di sempre? Ecco, è una versione leggermente modificata di un vecchio discorso di Vonnegut. Uno può chiamarla citazione o tributo, ma resta sempre un plagio spudorato.


6. A proposito di plagi spudorati: non avendo ricevuto informazioni attendibili su nessuna specie di Dio, le persone dovrebbero accontentarsi di servire meglio che possono l’unica astrazione con cui abbiano una certa familiarità: le loro comunità.


7. Let’s stick together dei Roxy Music è una delle classiche canzoni che intono sotto la doccia. Quando mi annoio o sto aspettando qualcosa, suono nella mia testa Supermodel Sandiwich with Cheese di Terence Trent D’Arby.


8. Sono vegetariano da nove anni abbondanti, il che significa da quando ero un ragazzino. A quell’età, non avevo le inibizioni che molto spesso impediscono di raccontare con tutti i crismi le ragioni di una simile scelta; ero vegetriano da poco e mi interessava fare del proselitismo. Ora perlopiù mi irrito se qualcuno mi chiede il perchè della mia scelta alimentare, ma sbaglio: ogni occasione che mi danno per parlarne è una possibilità di condividere quella che ritengo la migliore decisione della mia vita.


9. Tra le cose che vorrei fare nella vita, mi piacerebbe scrivere la sceneggiatura per un film di fantascienza sull’Italia del futuro diretto da Paul Verhoeven.


10. Ci sono cose, frasi o formulette consolidate, che tendo a ripetere come un mantra quando dibatto di argomenti generici. Per esempio, mi capita spesso di dire che « la lotta per i diritti degli omosessuali è la battaglia più importante della nostra generazione, un pò come quella per i diritti civili degli afroamericani lo era in America negli anni ’60 ». Lo dico spesso, ma questo non vuol dire che pensi che i gay sono i nuovi negri. Anche scagliarsi contro le semplificazioni è una battaglia degna di essere combattuta.


11. Secondo me in ognuno di noi giace una convinzione inammissibile. La mia è che non vale la pena fare nulla più del necessario. Compreso vivere.


12. Se, nella mia vita, sarò riuscito a parlare del mondo di oggi e di domani in maniera efficace, avrò fatto un passo avanti per me stesso e per chi ha la pazienza di leggermi. Ma che io riesca o fallisca in questo proposito, non ci sarà alcuna differenza nel sistema di cui sono parte integrante, che arricchisco e proteggo ma che dichiaro di odiare. Sono un capitalista perchè non conosco altre vie; non ho i mezzi per tentare altre strade, ma so che questa è sbagliata.


13. I videogiochi fantasy e d’azione e i giochi di ruolo online alla WoW sono l’ambiente più dannatamente retrogrado che io abbia mai visto. È incredibile come categorie diverse dal bacino d’utenza standard – il maschio bianco – siano stereotipate e maltrattate: trovatemi un gay, lesbica, minoranza razziale o religiosa o (Dio ce ne scampi!)  donna che non siano caratterizzati come un’insopportabile macchietta.


14. Ogni capodanno, faccio lo stesso proposito per l’anno nuovo: guardare ad ogni centimetro della mia depressione come al genio di una creazione.


15. Avere un temperamento artistico ma non essere un artista è una bruttissima cosa, ma si applica perfettamente al sottoscritto.


16. Tifare Toro stressa il sistema nervoso più che fare il chirurgo, l’operatore di una centrale nucleare o l’Imperatore galattico. Ma ne vale la pena.


17. I giornalisti di cronaca non dovrebbero, in teoria, rivelare nulla di se stessi nei loro scritti. Io non comprendo il concetto di scrittore non creativo, perchè penso che in ogni pagina degna di nota debba trovarsi una qualche rivelazione, anche casuale o non intenzionale. Non è solo un puro elemento di stile, ma la buona creanza di avvertire il lettore sul tipo di persona con cui sta passando il proprio tempo. Mi chiedo dove stia il blogger, in questo scenario; probabilmente molto in basso.


18. Alla mia età non si può nemmeno rimproverare a se stessi una sconfitta. Troppo poca vita è andata sprecata, per rivendicare un qualsivoglia rimpianto. Una parabola esistenziale lunga poco più di vent’anni, ascendente o discendente che sia, è troppo corta ma al contempo troppo lunga per essere all’inizio di qualcosa: una perfetta via di mezzo nella quale stagnare come un esploratore che ha perso la rotta, o come uno scrittore che non sa più dove sia finito il suo personaggio.


19. A proposito, quanto è bella la parola “qualsivoglia”?


20. Secondo Darwin, la vita è una questione di adattamento e i troppo inetti o troppo inadeguati a stare al mondo sono destinati a estinguarsi. Possibile che la discriminante tra vita e morte, tra felicità, pienezza e fallimento sia solo il saper stare al mondo correttamente? Perchè, in questo caso, temo molto per me stesso: inciampo da tutte le parti, sono goffo e mi adatto a fatica.


21. Continua a sfuggirmi il piano generale. L’inizio della vita e il suo corso affascinante. Dovrei guardare il mondo non come masse, ma come insiemi di individualità. Una massa fa paura, un individuo invece è un’opera d’arte.


22. Penso che il sogno di un mondo nuovo sia nelle menti e stia a cuore ad un numero infinitamente piccolo di individui, e che i problemi più grossi del mondo siano causati da un numero altrettanto piccolo di persone. La giustizia sociale o l’idea di una minima ridistribuzione attraverso la rinuncia a quanto si ha in eccesso sono valori condivisi da quattro coglioni che potrebbero isolarsi in una comune e farebbero un favore a tutti. Il problema è che io sono d’accordo con loro.


23. Scrivere, anche scrivere cosette come questa, aiuta a dominare una personale visione della mia vita: non mi piace riguardare al passato se non come una storia da poter livellare e modificare a mio piacimento, se serve a farla funzionare con il senno di poi. Mi piace pensare ad un aneddoto, qualcosa di divertente o interessante che mi è capitato, e poi raccontarlo alterato in modo più o meno grave. Mi piace quando racconto di un’avventura banale che diventa particolare, e sentirmi dire che dovrei proprio metterla per iscritto. 

martedì 22 maggio 2012

Natural Swagger


Gli ultimi giorni, qui alla BeBruceWillis Industries, sono stati interessanti: ad esempio, i miei impiegati si sono mobilitati per cercare di farmi scrivere qualcosa di serio e smetterla con questa barzelletta del blog.

Non ci sono riusciti.

E dunque ho pensato che mi occorresse un argomento non ancora trattato, una nuova tana del bianconiglio profonda abbastanza perchè valga la pena immergervisi a  parole. Certo, potrei fare la solita recensione e andremmo tutti a casa contenti; invece limiterò i riferimenti alla cultura pop al titolo del post, e mi accingerò a parlare di un tema che da tempo macina nella mia testolina senza molta definitezza, ma sul quale credo di avere due o tre cose sensate da dire: il rapporto tra i generi e la condizione delle donne nella società.

« No, ti prego! Piuttosto scrivi una recensione! The Cabin in the Woods è appena uscito al cinema! »
« Spiacente, a ‘sto giro si fa il pezzo femminista. Ma io non vi biasimo, lì c’è il telecomando... se cambiate canale non mi offendo. »

La voglia di scrivere due robe sull’argomento è nata da recenti considerazioni ed esperienze dirette: in particolare, mi sono trovato a riflettere sul fatto che essere una donna significa vivere con uno spettro potenziale di minacce e pericoli in modi di cui l’uomo, semplicemente, non ha esperienza.
So che non è una grande rivelazione e che non suonerà nuovo a nessuno, ma più ci penso e più mi convinco che sia la radice per spiegare un sacco di cose su come funzionano le relazioni sentimentali tra uomini e donne: in particolare, su come la pratica del... chiamiamola corteggiamento, seduzione oppure istintiva ricerca di un partner sia vissuta in modo diverso dalle due parti.

Per quanto si cerchi di separare l’esperienza quotidiana di una donna con i pericoli e le molestie dal semplice provarci con qualcuno in modo innocuo, dal flirtare, dal fare un complimento cavalleresco e dalla generale interazione maschio – femmina della vita di tutti i giorni, la dura verità è che proprio non si può, se si vuole fare un discorso serio ed equilibrato. Il 78% delle vittime di aggressioni o violenze sessuali sono donne, una donna su dodici è stata vittima di stalking nella sua vita, una su sei è stata aggredita o vittima di un tentativo di aggressione: questo è il rumore di fondo di cosa significhi essere una donna su base quotidiana ed è da qui che parte una donna quando reagisce all’interesse di un uomo nei suoi confronti.

Come si traduce tutto ciò nella vita reale?

Le istanze femministe non hanno rovinato il gioco tra sessi e castrato le possibilità o il ruolo maschile nella società, ma hanno risposto a sacrosante esigenze di parità di diritti. 
In sostanza, le donne vivono all’ombra di minacce potenziali proprio nell’ambito del rapporto tra generi e delle interazioni a finalità socio-sentimental-sessuale (bleah!); una donna deve sviluppare il suo senso di ragno nei confronti del prossimo. 
L’etichetta di “sospetto” e “rischioso” associata a un uomo sconosciuto che approccia una donna non deriva da pigrizia, senso di superiorità femminile nelle dinamiche sociali piuttosto che da una presunta naturale passività della donna nelle pratiche che riguardano la seduzione; dipende dal naturale, istintivo pensiero di una donna: “costui rappresenta una minaccia potenziale alla mia persona”.

È incredibilmente triste vivere in un mondo che impone simili condizioni e meccanismi preventivi di auto-difesa; ma sarebbe retorico, da parte mia, impostare la riflessione su toni alla “guarda quanto male c’è al mondo”. Ognuno dovrebbe parlare di ciò che conosce e della propria esperienza, più che tentare di indossare panni altrui: per questo devo confessare che, in quanto uomo, provo più che altro empatia e compassione per i miei compagni provvisti di pene. Il genere maschile trova spesso più difficoltà a venire a patti con rifiuto, frustrazione o con il sentirsi socialmente inadatti al gestire un approccio a scopo sentimental – sessuale.

Paura di un rifiuto, umiliazione, insuccesso e percezione incompleta della realtà sono le chiavi delle dinamiche tipiche del mio club di appartenenza: conosco questi elementi perchè li ho vissuti, e certamente li rivivrò in futuro. Ma, per la mia modesta esperienza sul campo, posso tentare di esaminare i diversi componenti della cosa e rispondere alla domanda di partenza: perchè gli uomini fanno quello che fanno? Dov’è la linea di separazione tra il provarci e il molestare? Di chi è l’utero?

Chissà, magari queste stronzate tornano utili a qualcuno e ci scappa una rubrica di posta del cuore. 


il mio coniglio invisibile minaccia le dimissioni


Per quanto sembri invitante etichettare tutti gli uomini da cui una donna si sia mai sentita minacciata o molestata come maniaci, la verità è che esiste una base comune di reazioni emotive talmente diffuse che nessuno può dire di non averne mai avuto esperienza: profonda insoddisfazione nella propria vita, frustrazione nata dal sentirsi autorizzato a fare qualcosa ma continuare a non ricevere riscontri positivi, e, principalmente, paura.

Di essere rifiutati.
Di non essere all’altezza delle aspettative.
Di restare soli.
Di non realizzare le proprie ambizioni.
E, più di ogni altra cosa, delle donne.
Si è spaventati proprio dalla cosa che si desidera di più: una bella donna. 

stanno venendo a prenderti

Eccitazione e paura spesso scatenano le stesse reazioni psico-fisiche: accelerazione del battito cardiaco, adrenalina, sudore, brividi. 
Una delle cose più strane dell’essere umani è che il corpo è schiavo del cervello: prima sentiamo l’effetto fisiologico, poi il cervello arriva a spiegarci il motivo. 
Panico improvviso: hai visto un velociraptor nell’erba alta oppure la donna dei tuoi sogni ti sta sorridendo? La ragazza con cui stai parlando sostiene il tuo sguardo per un istante più di quanto tu sia abituato: hai paura che stia per ferirti o rifiutare le tue avances oppure sei eccitato dall’intensità della sua espressione?

Spesso, questa roba del provarci con qualcuno, può diventare un confuso, debilitante e terrificante casino. Razionalmente, sappiamo che presentarsi ad una ragazza e cercare di convincerla ad iniziare una relazione (di qualunque tipo) non è esattamente rischioso. Tuttavia, ci troviamo ad avere una reazione a base di paura ed ansia al semplice atto di andare da qualcuno e parlarci. Perchè?

Beh... per via del potere.

Essere attratti da qualcuno significa cedere una certa quantità di potere su di noi. Quando si approccia una persona che si trova attraente, ci si sta deliberatamente rendendo vulnerabili. Stiamo chiedendo di dare un giudizio su di noi su qualcosa che pare trovarsi ad un livello intimo e personale, dunque stiamo conferendo al prossimo il potere di ferirci. E questo può essere maledettamente spaventoso.

Da qui la moltitudine di strategie ed approcci diretti, aggressivi, più o meno molesti, volgari o addirittura violenti che causano il grosso del disagio femminile in quest’ambito. Controllare la situazione, o pensare di farlo, attraverso la determinazione di uno status superiore ed uno inferiore che dovrebbe subire passivamente, è un modo per difendersi ed allontanarsi dalla propria intrinseca vulnerabilità.

Adesso, immaginiamo di essere ancora meno socialmente a nostro agio di quanto già siamo. Sappiamo di desiderare donne, belle donne possibilmente, ma per chissà quale ragione non sappiamo come comportarci per stabilire un contatto o iniziare una qualsiasi relazione. Ci buttiamo nella mischia, ci rendiamo vulnerabili... solo per essere rifiutati continuamente. Il rifiuto, come abbiamo già detto, ferisce sia a livello mentale sia a livello fisico. Istintivamente, siamo condotti ad evitare la reazione fisiologica di dolore che deriva dal rifiuto, e ciò che la provoca: letteralmente, scappiamo dalla paura di aver paura.

E come reagisce l’uomo alla paura? Uno dei modi più comuni è il buttarla fuori: la paura ci fa arrabbiare e scateniamo la nostra rabbia verso ciò che percepiamo essere la causa.
Tentiamo di ridimensionare questa causa, ridurla a qualcosa di inferiore e diverso. Trattare una donna come un numero, un trofeo da vincere o una nostra proprietà da poter reclamare quando vogliamo aiuta a farla diventare meno di una persona, o almeno meno di noi. 

In effetti, l’idea di donna - premio, piuttosto che di donna – “numero in una scala di valore” è così inscritta nella nostra cultura che quando siamo messi di fronte alla constatazione che la ragazza su cui abbiamo delle mire è in realtà un individuo con un’idea di vita e una serie di caratteristiche che la rendono compatibile o non con noi, la verità è così dura che ci sentiamo derubati di qualcosa che ci sarebbe dovuto. 


la principessa di Super Mario, la donna - premio definitiva

Rabbia e risentimento di un genere verso l’altro discendono – oltre che dagli elementi già discussi – anche da uno sbagliato e infondato senso di diritto, dall’idea che un riscontro positivo, di qualunque tipo, sia dovuto e che rifiutarlo, o peggio riservarlo ad altri, sia in qualche modo una violazione di un contratto sociale.

... e allora, che facciamo?

Già.

Sentite, ci sono passato. Ci ripasserò ancora. Sono stato intimidito e frustrato. Ma questo mi sembra un buon momento per citare Kevin Bacon.


Being a fucking waiter with no money, not a lot of drugs, just a mattress on the floor, and still being able to pull chicks. That’s when you separate the men from the boys.

E Kevin Bacon ha sempre ragione. Sempre.

In questo ambito più che in ogni altro c’è un disperato bisogno di forza di volontà per guardare avanti e coltivare la propria consapevolezza. È facile vomitare la propria rabbia ed aggredire il prossimo, mentre è difficile ammettere che forse, se non veniamo ricambiati, siamo noi quelli che lo stiamo facendo sbagliato. E che, magari, stiamo causando più dolore e disagio di quanto ne sentiamo addosso.

Parte del processo di diventare più bravo con le donne è capire che tu, e solo tu, sei responsabile della tua vita; lezione difficile da sentire, quando sembra che tutti gli altri ce l’abbiano più facile. Ma ci sono sempre. Ci saranno persone più interessanti, più fiche, più affascinanti e semplicemente più fortunate di te. La Juve vincerà sempre gli scudetti e l’Italia rimarrà sempre un Paese di destra e dannatamente cattolico. Ci saranno sempre i maniaci, gli stronzi e le brutte persone.

Non vuoi essere etichettato come “creepy”, come fastidio e disagio che una donna deve sopportare perchè è così radicato nella sua quotidianità da essere diventato rumore di fondo?
Comincia a passare più tempo a chiederti come hai fatto e fai stare le donne. Esamina il tuo comportamento e cambialo.

E, nella peggiore delle ipotesi, fai come lui. 



mercoledì 9 maggio 2012

Un lieto fine

Pre-scriptum: questo post non avrebbe il minimo senso se non fosse accompagnato dalla lettura - precedente o successiva, fate un pò voi, ma forse è meglio precedente – di quest’altra cosa. Si tratta di una lettera di ringraziamento scritta da Joss Whedon ai fan, ed è la mia ispirazione per la roba che ho scritto oggi. Per chi non c’ha testa di leggerla in inglese, qui è tradotta in italiano. 


Ciao a tutti.

Cioè, per tutti intendo “voi, che state leggendo”, non proprio tutti. Solo voi che siete qui.
Non dovrei scriverlo affatto, “tutti”. È un errore.  Perchè la maggior parte della gente, in questo momento, non sta leggendo. Ad essere onesti, la maggior parte della gente, in questo momento, si trova in Cina. Ve lo giuro, in Cina.

Anzi, mi sto sbagliando di nuovo. La maggior parte della gente non si trova in Cina. La maggior parte della gente è morta. Nel complesso di tutti gli individui di tutto il mondo, la grande maggioranza è già morta.
C’è un sacco di gente in più che è già morta rispetto a quella che ora è viva. Di fatto, una persona resta morta per un tempo decisamente superiore al tempo in cui è viva. Stiamo tutti per morire, siamo tutti in attesa di morire e resteremo morti per molto più di quanto siamo stati vivi. Essere morti è il grosso di quello che facciamo, e di fatto viviamo solo per un pochino. Quindi quando dico tutti, in teoria mi riferisco a tutti i morti e a tutti quelli che non lo sono ancora; ma l’insieme dei morti è più grosso, quindi perlopiù sto parlando con loro.

Davvero, un sacco di gente è morta: Socrate è morto, Adam Yauch ultimamente è morto, Hitler è morto, quel tipo che l’altro giorno ci ha provato con la mia ragazza... potrei andare avanti anni a farvi l’elenco.  Aspettate, forse quel tipo è ancora vivo. No, non Hitler, quello che ci ha provato con la mia ragazza. 
Beh peccato, è proprio vero che nella vita non si vede mai un lieto fine.

Esistono pochi lieti fine. Sono un evento raro, e quando se ne manifesta uno di fronte a me mi viene voglia di registrarlo mentalmente e provare a celebrarlo nell’unico modo in cui sono capace: su un blog. 
Che celebrazione del cazzo. Sono proprio una vittima di questo sistema che mercifica la letteratura e... 
ma sto divagando. Dove ero rimasto?
Lieti fine. Il prossimo weekend la juventus vincerà il suo ennesimo scudetto, e questo, dal mio punto di vista, rappresenta la pietra tombale definitiva sul concetto stesso di lieto fine. La mia povera città verrà infestata dalla più dannata e disgustosa comunità mai apparsa sulla faccia della terra, quel genere di razza appestata che ti fa desiderare di non essere mai nato.

Gli ebrei.

Eh? Cosa diavolo sto scrivendo??? Hitler, sei tu? Esci subito dal mio blog!

Naturalmente, mi riferivo agli juventini.

Il fatto Torino stia per diventare, di nuovo e chissà per quante altre volte in futuro, teatro di festeggiamenti e celebrazioni nei confronti di un’entità tanto intrinsecamente vile e maligna come è la Juventus mi mette i brividi, e affonda ogni mia speranza di vedere mai un lieto fine come si deve. Dalla mia prospettiva, la Juve è un pò la versione calcistica dell’Impero galattico di Guerre Stellari: sleale, potente e cattivo, senza grossi avversari ad opporsi alla sua avanzata se non un umile gruppo di disorganizzati Jedi in via di estinzione.

Consapevole di questo scenario, lo scorso weekend sentivo il bisogno di distrarmi  e di cercare da qualche parte un lieto fine che potesse soddisfarmi e farmi dimenticare che là fuori, ancora una volta, il male stava vincendo.
Di solito, quando ho bisogno di un lieto fine, leggo un fumetto di supereroi o guardo un film d’azione. Beh, la settimana scorsa ho avuto il culo di avere ha disposizione un film d’azione che, guardacaso, si è rivelato essere il miglior adattamento di sempre di un fumetto di supereroi: The Avengers.


Lettori, vi presento il miglior adattamento. Miglior adattamento, i lettori. 

Ecco, non esagero se dico che il lieto fine dentro – e dietro – questo film compensa per tutte le vittorie bianconere possibili e immaginabili.

Di fatto, il lieto fine anteriore, non interno al film è quello a cui attribuisco più valore, e decisamente ciò che più mi scalda il cuore: lo scrittore e regista di questo film, tal Joss Whedon, fino all’altra settimana era un poveraccio a cui hanno bocciato, cancellato e segato praticamente qualunque cosa abbia mai tentato di fare nel suo campo (cinema e televisione). È una persona profondamente innamorata di quello che fa, nonchè forse uno dei miei punti di riferimento e ispirazioni per quanto riguarda la mia personale visione dell’arte, al pari di gente come John Carpenter (sì, lo so, ne ho già parlato), George Orwell e Fabrizio De Andrè.

La trasmissione del verbo di ognuno di questi signori è il mio lieto fine quotidiano, e lo scorso fine-settimana il successo personale di Joss Whedon mi ha ispirato a dimenticare i lieti fine mancati nelle cose più serie nella mia vita: carriera, relazioni, gente che muore, juve che vince... in rigoroso ordine crescente di importanza.  

Forse quello che voglio dire, in ultima analisi, è che non c’è un motivo reale per cui io debba stare qui a scrivere. Non vi conosco, voi non mi conoscete e più o meno qualunque cosa esca da questa tastiera suonerà stupida alle orecchie degli altri. Nemmeno voi vi conoscete a vicenda, l’unica cosa che avete in comune è la vostra faccia indirizzata verso lo stesso oggetto: lo schermo di un computer. 
Quello, e il fatto che dovete morire.

Ed è così, signore e signori, che si scrive un lieto fine. 

domenica 22 aprile 2012

Facciamolo come a Bangkok


L’altro giorno riflettevo...
no no no, scusate, fermi tutti. Prima la sigla:


L’altro giorno riflettevo sul significato dell’antipolitica di cui si parla in questo periodo. Riflettevo per modo di dire: in realtà stavo battendo violentemente il cranio contro un muro di cemento armato, ricordando che, soltanto  4-5 anni fa, il movimento a cinque stelle mi sembrava un’ottima idea. 

Anche per via del valore che attribuisco all’idea stessa di trovarmi in minoranza (sono vegetariano, tifoso del Toro e protestante, se fossi anche gay avrei fatto jackpot), non potevo non subire il fascino di chi, fin dalle sue origini, si definiva come antipolitica.
A essere onesti, e in parziale difesa del me stesso diciottenne, il movimento fondato da Beppe Grillo ha espresso alcune posizioni che tutt’ora condivido e sostengo: i discorsi sull’energia, lo sviluppo sostenibile e l’ambiente, le campagnie di informazione sul livello di corruzione e criminalità della politica e l’insistere sul concetto di “politico come nostro dipendente” sono argomenti che considero sacrosanti e inattaccabili. Purtroppo, un movimento perde di credibilità e integrità quando i suoi aspetti più universalmente positivi sono mescolati alla melma populista da quattro soldi, a una disumana valanga di contenuti non condivisibili presenti su quella che dovrebbe essere la piattaforma ufficiale (il blog di Beppe Grillo) e a una propaganda no-tav che degenera costantemente nell’incitamento alla violenza.

digiunando pubblicamente a staffetta?

In estrema sintesi, ora come ora il movimento a cinque stelle mi sta parecchio sulle palle, e sono un pò affranto che il dibattito sull’idea di antipolitica in Italia debba fare riferimento a Beppe Grillo e le sue stronzate.
Per me, il simbolo dell’antipolitica è un uomo che con Beppe Grillo non ha nulla da spartire: si chiama Jena Plissken, Snake in inglese, ed è la più azzeccata e brillante incarnazione cinematografica del mio eroe (e personale punto di riferimento quando ho voglia di lanciarmi in un delirio anarcoide) John Carpenter.

ho sentito un "cazzo, sì!" là in fondo?

Se dovessi spiegare a un grillino cosa intendo per antipolitica, prima di tutto gli farei vedere Fuga da Los Angeles. Se a diciotto anni avessi dato retta a Plissken (chiamami Jena!) invece che ai discorsi del Vaffanculo Day, ora il progresso della mia personalità sarebbe un pochino più avanzato; ma procediamo con ordine: chi è Jena? (mi chiamo Plissken!) e di cosa parla Fuga da Los Angeles?

Nel mio percorso di formazione di un’identità politica, ho sempre prestato particolare attenzione all’elemento dell’anticonformismo. In un certo senso credevo (e forse un pò credo ancora) che dubitare delle idee e dei comportamenti prevalenti sia sempre una buona idea. Del resto, Brecht diceva che il pensiero dominante non è altro che il pensiero delle classi dominanti e già questo può giustificare chi si qualifica come anticonformista, o aspirante tale.
Quando però si comincia a invecchiare un pochino, e i propri ideali vengono messi in discussione, l’anticonformismo passa attraverso una lente di osservazione inedita e comincia a somigliare al suo opposto. Entrambe le idee assumono le sembianze di etichette pop ben confezionate e vendibili, due canali di sublimazione organizzati per incanalare il “pensiero dominante” più conveniente del momento: il conformismo più elementare e confortevole, l’anticonformismo più contorto ma potenzialmente più soddisfacente ed eversivo.

ok, però vai avanti

Ma perchè parlare in termini così astratti,  se il soggetto è l’esigenza di antipolitica che sembra crescere in Italia?

Perchè la vera antipolitica deve spazzare via sia conformisti sia anticonformisti; devono perdere tutti, come direbbe Plissken (chiamami Jena), il sistema deve spegnersi senza che un nuovo capo prenda il posto di quello vecchio.
In ogni rivoluzione c’è sempre un difetto, ed è un difetto lungo cinque lettere: gente

Nell’essere maturato quanto basta per vedere conformismo e  anticonformismo per quello che sono veramente, due facce della stessa medaglia che prendono entrambe troppo in considerazione la massa e la contemplano come necessario punto di riferimento per saggiarne la vicinanza o il distacco, non posso non stringere la mano con gratitudine al vecchio Jena (mi chiamo Plissken) ed inchinarmi davanti al mio personale libro rosso dell’antipolitica, Fuga da Los Angeles.

Il film, a metà strada tra un sequel e un remake scena per scena del primo capitolo Fuga da New York, lancia un messaggio metacinematografico e spietato, nel quale John Carpenter dimostra che, quando gli studios ti offrono montagne di soldi per replicare una formula e vendere biglietti del cinema e pupazzetti senza prestare attenzione al contenuto, la cosa più intelligente da fare è prenderti i soldi e fare quello che ti pare.
Con questa premessa, l’intenzione originale di esaltare il mito del suo personaggio, diventato con il tempo un’icona alla Rambo, Terminator e simili eroi d’azione destrorsi figli dell’era Reaganiana, scompare in favore di una decostruzione dissacrante: invece di approfondire la mitologia di Jena (Plissken!), Carpenter si diverte a smontarlo, quasi come se il personaggio stesso si opponesse alla sterile riproposizione della formula che aveva funzionato prima, e facesse capire di essere stanco. Plissken (Jena!) si siede quando dovrebbe correre, rallenta quando dovrebbe accelerare e, se c’è una sfida da vincere o una prova da superare, trova il modo meno eroico e più anticlimatico per farlo.
L’(anti)eroe interpretato da Kurt Russel deve decidere se sposare la causa dei potenti o dei rivoluzionari, se permettere o impedire il crollo della civiltà occidentale in favore di un nuovo ordine governato dal “terzo mondo”. Trovatosi in mezzo ad una specie di fuoco incrociato tra il presidente degli Stati Uniti (che sembra molto Ronald Reagan) e il capo dei rivoluzionari (che è un pò un incrocio tra Che Guevara e Bossi) , l’unica cosa ragionevole è segnare una sconfitta generale, universale e definitiva per il genere umano, un ritorno al un’anarchia quasi medievale che metta tutti sullo stesso piano. L’antipolitica consiste nel fare la terza cosa tra due decisioni da prendere, con la maturata consapevolezza che magari ci sono davvero i buoni e i cattivi, ma è molto più probabile che siano tutti cattivi.


Lo stato della politica in Italia è quello che è: chi ci governa non ha la minima idea o il minimo contatto con il mondo reale che dovrebbe amministrare. Gli stessi politici, nella loro quasi totalità, sono più un cancro che una cura e contribuiscono alla messa in scena della nostra rovina collettiva. Aspiriamo tutti ad un eroe carpenteriano che risolva le cose in nostro favore ma... la verità è che Jena ci guarderebbe in faccia e ci tratterebbe come colpevoli, più che come vittime. E avrebbe ragione. 
Berlusconi non si è eletto da solo, Grillo è libero di sparare cazzate perchè c'è chi lo sta a sentire e, se qualcuno comincia ad avere problemi con la Lega Nord, avrebbe potuto pensarci vent'anni fa prima di farli diventare così potenti. 
Avremmo potuto fare qualcosa invece di fondare un’opposizione inutile e disperatamente poco laica. Avremmo potuto manifestare contro  questo accumulo di privilegi, invece di preoccuparci solo del destino della Val di Susa. Avremmo potuto spegnerli... avevamo il telecomando per farlo. Ma invece di fare come Jena, lo abbiamo consegnato all’antipolitica più finta e manipolatoria mai esistita: abbiamo scelto l’anticonformismo più conformista che potessimo trovare.

Benvenuti nel regno della razza umana.


p.s. secondo tentativo! Chi indovina a cosa si riferisce il titolo vince un pupazzetto di Jena Plissken.





domenica 1 aprile 2012

Perché?

Buonasera bambini!
Questo blog (una brutta parola che voi non dovete usare mai) ha deciso di pubblicare il suo primo post (un’altra brutta parola che voi non dovete usare mai) dedicato all’infanzia.
Non sono mai stato bravo ad esprimermi in maniera “family oriented” e politicamente corretta, quindi, per non correre rischi e mantenere questo scritto degno di bollino verde, applicherò un’autocensura che consisterà nel coprire termini, espressioni e contenuti inappropriati con un bel BEEEEEEP.

Allora: lo scorso post avevo inaugurato su questo BEEEEEEP di blog una BEEEEEEP nuova rubrica chiamata “FAQ” (oppure “BEEEEEEP” nel caso ci fossero bambini che parlano inglese) che consiste nel farmi delle domande da solo. Lo so, è un pò un’idea del BEEEEEEP ma non posso farci niente: a quanto pare, la mia fantasia ha una data di scadenza e oltretutto BEEEEEEP BEEEEEEP non è più al governo e io non ho più un BEEEEEEP da scrivere.

Quando penso a domande interessanti da fare penso a voi, bambini. In particolare, all’attitudine specifica dei bambini ad essere narcisisti e totalmente egocentrici nelle cose che hanno da dire, ma alquanto analitici e capaci di scendere in profondità quando cominciano a farti domande. Exempli Gratia:

Leo Ortolani lo spiega sempre meglio

Non ho molte occasioni per parlare con bambini (principalmente perché io BEEEEEEP i bambini, li BEEEEEEP dal profondo del mio cuore e cerco sempre di girarci lontano altrimenti finirei per BEEEEEEP BEEEEEEP BEEEEEEP il BEEEEEEP del BEEEEEEP). Il problema con i bambini è che non accettano una tua risposta a un certo punto: non capita mai di sentirli dire “ah, okay, ora ho capito” ma insistono in questa folle decostruzione al termine della quale non sai più nemmeno tu chi sei e il discorso diventa strano ed assurdamente astratto: perché, perché, perché...

In effetti, da bambino, cascavo anch’io molto spesso nel loop dialettico del “perché” con il mio interlocutore del momento. È una pratica che anche ora che sono più o meno cresciuto continua ad affascinarmi e incuriosirmi per via del suo potenziale teoretico.

Una delle forme di “ragionamento filosofico” più antiche al mondo è il dialogo. Il più famoso esponente di questa forma letteraria è sicuramente Platone, che però, come il sottoscritto, evidentemente non ha mai avuto una conversazione con un bambino in vita sua. Una delle tante cose che io e Platone abbiamo in comune, bambini.
Nei dialoghi di Platone, di solito, ci sono Socrate e il suo interlocutore che discutono del tema che il filosofo intende trattare nel suo scritto. Il problema è che il dialogo si svolge quasi sempre così:

Socrate: blablablablabla, sei d’accordo?
Interlocutore: sì.
Socrate: e quindi, blablablablabla. Ne convieni?
Interlocutore: ah-ah.
Socrate: di conseguenza, possiamo dire che blablabla. Giusto?
Interlocutore: boh, se lo dici tu.

E così via. Ora, io sostengo che, se sostituissimo l’interlocutore di Socrate con un bambino qualunque, i risultati sarebbero molto più interessanti. E visto che io non ho niente di meglio da fare (e se voi mi state leggendo neanche) direi che potremmo sfruttare la nuova rubrica per questo esperimento: cercare di scrivere un vero dialogo platonico. Uno interessante. Uno in cui c’è Socrate che sta parlando con un bambino.

Siete contenti?
E non rispondete BEEEEEEP, che i vostri genitori vi sentono e se la prendono con me.

Le FAQ – edizione per bambini

Da dove cominciare? In fondo non ho ancora scelto un tema di cui...
-          Perché?
Ah, abbiamo già cominciato? Okay, non avevo capito. Perché non ho scelto un tema? Perché ero qui che scrivevo e...
-          Perché?
Perché... perché non ho nient’altro da fare stasera.  
-          Perché?
Perché... non avevo tanta voglia di uscire.
-          Perché?
Perché piove.
-          Perché?
Beh, c’è dell’acqua che sta scendendo dal cielo.
-          Perché?
Perché era dentro una nuvola.
-          Perché?
Le nuvole si formano quando... c’è vapore che sale in aria. Qualcosa del genere.
-          Perché?
Beh perché... sai, non lo so. Non ne ho idea.
-          Perché?
Perché... perché sono stupido. Okay? Sono stupido.
-          Perché?
Perché non ho fatto attenzione a scuola durante la lezione di scienze, okay?
-          Perché?
Perché ero piccolo e pensavo ad altro, e in quel momento non me ne fregava niente di imparare come nascessero le nuvole.
-          Perché?
Perché... perché mi distraggo facilmente, non ho una grande morale del lavoro e del faticare per ottenere risultati nella vita.
-          Perché?
Perché ho una bassa autostima e penso che non combinerò mai niente di buono, okay? Ecco perché!
-          Perché?
Ho uno scarso senso pratico, non ho un dono, un particolare talento di cui vado fiero.
-          Perché?
Che ne so... forse sono stato educato male, non ho avuto una guida precisa e ho sempre avuto tutto facile nella vita... non ho mai dovuto lottare per un pasto caldo o un tetto... cose così.
-          Perché?
Perché sono un privilegiato.
-          Perché?
Perché sono nato in un posto in cui, in confronto alla maggior parte del mondo, sono benestante e fortunato.
-          Perché?
Perché viviamo in un sistema fondato sulla disuguaglianza e la sproporzione nella distribuzione delle risorse.
-          Perché?
Perché l’umanità è fallibile e ha eretto questa struttura intrinsecamente spietata.
-          Perché?
Perché a nessuno gliene frega un BEEEEEEP degli altri, tutti pensano solo a sè stessi.
-          Perché?
Perché la legge morale dentro di me è una bella immagine, ma in fondo è solo una favoletta. La morale ha un peso marginale nelle scelte quotidiane che ognuno di noi compie.
-          Perché?
Perché è quello che penso. È la cosa che mi pare più credibile.
-          Perché?
Perché forse sono un pò cinico su queste cose.
-          Perché?
Perché... non lo so, forse è perché sono raramente felice e soddisfatto di come stanno le cose... anche se in generale mi gira tutto abbastanza bene. Sono anche un ingrato, oltre che un privilegiato.
-          Perché?
Perché sono una brutta persona.
-          Perché?
Sono nato così.
-          Perché?
Non lo so. Nessuno può sapere perché nasce come nasce.
-          Perché?
Perché la conoscenza umana ha dei limiti.
-          Perché?
Perché siamo esseri finiti.
-          Perché?
Perché se fossimo infiniti saremmo Uno, mentre invece siamo molti.
-          Perché?
Perché chiunque o qualunque cosa sia all’origine della realtà, ha fatto in modo che sia così.
-          Perché?
Perché evidentemente pensava che fosse la cosa migliore.
-          Perché?
Perché se fossimo stati uniti a Dio, non ci sarebbe differenza tra Creatore e Creato.
-          Perché?
Beh perché alcune cose sono ed altre non sono.
-          Perché?
Perché le cose che non sono non possono essere!
-          Perché?
Perché altrimenti niente sarebbe! Non puoi pensare che niente che non è sia e tutto ciò che è non sia!
-          Perché?
Perché sennò ci sarebbe ogni tipo di BEEEEEEP, giraffe con sei colli e unicorni con quattordici tette e scimmie con le ali e nel mondo non c’è posto per tutto questo, okay?
-          Perché?
Oh, vai a fare in BEEEEEEP, tu, brutto piccolo BEEEEEEP!

Un pochino, dentro di me, ho sempre sperato che il Fedone, il Teeteto e la Repubblica si concludessero così.