domenica 8 maggio 2011

E ora qualcosa di completamente diverso

Alleggeriamo un pò i toni, che sennò i miei lettori (lettori? Ahahah!) si lamentano.

Alcuni libri letti tra l'inizio del 2011 e la morte di Bin Laden (morte di Bin Laden? Ahahah!)

Stephen King – Just after sunset

13 storie brevi scritte da King in gioventù e precedentemente pubblicate su giornaletti locali o riviste semi-sconosciute. Spesso per Stephen King vale l'equazione « scritti giovanili = roba più ispirata della sua carriera », e questo rende Just After Sunset una raccolta meritoria di essere recuperata. Mi sono divertito parecchio a leggere di donne che si svegliano in mezzo ad incidenti ferroviari circondate da cadaveri e sconosciuti minacciosi, sogni profetici di coppie di mezza età in crisi, gatti che arrivano dall'inferno e tutta questa specie di cose. 
Aggiungo una considerazione personale, per la quale i veri fan di Stephen King potrebbero sentire la necessità di dovermi uccidere. Non trovo difetti nel suo modo di scrivere, se non uno che spesso si rivela grosso come una casa: la prolissità. Leggendo La Casa del Buio, ti domandi se ne scorgerai mai la fine o se sarà il libro a seppellirti per primo. Se la Torre Nera fosse durata tre libri di meno, sarebbe stata un capolavoro e persino un libro meraviglioso come It avrebbe giovato di qualche taglio. Per questo trovo il formato del racconto breve particolarmente adatto a King e alle sue indubbie qualità narrative; Just After Sunset non raggiunge forse i picchi di Tutto è Fatidico, ma si fa leggere ed è ampiamente godibile. 
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Bryan Lee O'Malley – Scott Pilgrim vs The World

Ora: io vorrei tanto fare lo snob fichetto ed esordire con il classico, ma sempre funzionale, “Il fumetto è meglio del film”. Però quando non è vero non è vero: il film omonimo di Edgar Wright è geniale, spassoso, delirante; traspone in modo impeccabile alcuni buoni spunti del fumetto da cui prende ispirazione ma trova strade nuove, aggiungendo secchiate di creatività al materiale di partenza.
Com'è il fumetto? Aprite il dizionario e cercate la voce “carino”.
Sapete cosa trovate? No, non una foto di questo fumetto, bensì la definizione della parola “carino”, che si applica perfettamente allo Scott Pilgrim cartaceo. C'è molto più romanticismo e molti meno combattimenti in stile videogioco, che dal mio punto di vista è certamente un male. 
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Kazuo Ishiguro – Non Lasciarmi

Il titolo evoca fantasmi di libri che non avremmo mai voluto leggere, ma che il liceo o le nostre fidanzate ci hanno costretto a fare: il segnale d'allarme nel nostro cervello suona minaccioso gridando « Storia d'amore! Storia d'amore! Allontanarsi presto! ». 
In effetti, Non Lasciarmi è prima di tutto una grande storia d'amore, ma scritta magnificamente e senza retorica. L'amore non è l'oggetto fine a sé stesso della narrazione, ma l'opportunità per riflessioni dolorose, profonde e vere sulla ricerca di un senso nel mondo, sulla natura inaccettabile ed assurda della morte e in generale su cosa significa essere umani. In pratica è fantascienza spacciata per un romanzo di Jane Austen, e personalmente spero che le fan di Orgoglio e Pregiudizio si facciano fregare. 
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David Randall – Il giornalista quasi perfetto

Ricordo di averlo letto molto in fretta e letteralmente divorato, trovandolo bellissimo e molto interessante: un saggio divertente, ironico ma estremamente dettagliato sul mondo del giornalismo e sul valore dell'informazione per la società.
Ma se la consumazione del libro è stata rapida e piacevole, la sua digestione si è rivelata problematica: David Randall appare troppo ottimista e fiducioso nel “potere della stampa” agli occhi del sottoscritto abitante di questo strambo paese a forma di scarpa. Parla di politici costretti alle dimissioni dopo essere stati sputtanati da inchieste giornalistiche e di cittadini informati che attendono solo una voce in grado di sensibilizzarli. Io, d'altra parte, penso a Scilipoti e sorrido mentre rifletto sul vero ruolo dell'informazione: come si può lottare per la verità ed urlarla a gran voce, se al tuo Paese hanno amputato le orecchie per sentirla?

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H.P. Lovecraft – Le montagne della follia

Ecco uno di quei grandi classici che si passa tutta la vita a dire « Ah sì l'ho letto tre volte, bellissimo! », finché effettivamente non lo si legge, anche perché ultimamente dichiarare di amare Lovecraft è molto di moda. Ebbene, io faccio solo letture strettamente di tendenza e in più nei mesi scorsi avevo un laboratorio noioso all'università, il che mi ha dato ore libere per leggere Le montagne della follia.
Non sono d'accordo con il resto del mondo nel definirlo il capolavoro di Lovecraft (primato che assegnerei ad alcuni suoi racconti brevi); la narrazione, talvolta epistolare talvolta strutturata come diario di viaggio del protagonista, è difficile da seguire, contorta ma al contempo provvista di un inquietante distacco scientifico. Come in ogni racconto di Lovecraft che si rispetti, i personaggi discendono in un abisso di rivelazioni e scoperte inspiegabili, in cui la ragione perde di valore e la verità ancestrale nascosta all'uomo si manifesta più chiaramente. In armonia con la storia, lo stile narrativo diventa oscuro ed evocativo nella seconda metà: non descrive apertamente gli orrori che gli avventurieri disseppelliscono, ma punge la fantasia del lettore invitandolo a prendervi parte. 

domenica 1 maggio 2011

L'inferno solidale

Comunicazione di servizio: se volete leggere un blog, cercatevi un altro blogger; il blogger qui presente è completamente impazzito.

Ho cercato di fermarlo, ma non c'è stato modo: ha deciso che doveva scrivere questa roba e l'ha fatto. Le ho provate davvero tutte e sono anche stato costretto a chiamare rinforzi. Mentre il blogger in questione si agitava farneticando convulsamente frasi come « Post sentimentali mai! Io volevo scrivere un articolo sulla Libia e gli immigrati, poi mi è uscita questa roba! Lasciatemi! », sono accorsi in mio aiuto Babbo Natale ed un politico italiano saggio e onesto. Ogni tentativo di dissuasione, fisico o psicologico, è stato inutile. Per quanto ci provassimo, lui insisteva ogni volta nel dire che non potevamo fare nulla per fermarlo, perchè nessuno di noi esiste davvero.
Ora: passino Babbo Natale ed il politico italiano saggio e onesto, ma io onestamente mi sento un po' offeso.

Firmato: Frank il coniglio invisibile, assistente personale del blogger in questione.

Che cosa, in definitiva, rende tutti gli uomini uguali tra loro?
Cosa abbiamo in comune io, un altro italiano qualunque, un siriano, un libico, un egiziano, un israeliano, un palestinese, un giapponese, un immigrato sbarcato a Lampedusa, un attivista della Lega Nord, un capo di stato, un vagabondo, un malato terminale, un ex dittatore in esilio, un fondamentalista religioso, un ateo, un omofobo, un pedofilo, un sacerdote, un mafioso, un magistrato, un ebreo morto in un campo di sterminio, un nero, un cinese, un nazista, un petroliere texano, uno schiavo, un sottosegretario del Pdl e il terzo portiere di una squadra di calcio?
Siamo tutti uguali, noi membri di questo approssimativo elenco, perchè soffriamo: con espressioni ed intensità tutte diverse, ma sempre allo stesso modo.
Ci sale un senso di fastidio nell'area del torace, evochiamo ricordi e viaggiamo con la fantasia in luoghi di malessere riconducibili alla nosta memoria. Esponiamo luci mentali sopra avvenimenti che avevamo tutta l'intenzione di dimenticare, ma che non possiamo lasciare alle spalle; non ancora, vogliamo dare un'ultima sbirciatina.
Il nostro cervello è una pattumiera di rimpianti e felicità inespresse, di lutti, tragedie, drammi post-adolescenziali che ci paiono la fine del mondo; ognuno di noi pensa di esserne sopraffatto e che la sua situazione lo renda specialissimo, unico al mondo, che il suo dolore irrisolto lo definisca come individuo distinto dalla massa.

Io sono un cittadino del “primo mondo”, un privilegiato abitante della fetta di pianeta con la pancia piena, i vestiti nell'armadio ed un tetto sulla testa. Sono dannato in partenza e, se esiste l'inferno, probabilmente vi sono diretto: la mia opulenza si regge sulle spalle di altri esseri umani uguali a me.
Sono ricco, pasciuto e soddisfatto eppure di tanto in tanto soffro come un cane. Ne sono capace, ne possiedo la “tecnologia emotiva” quanto una madre libica che piange il figlio annegato mentre attraversava il mediterraneo.
Nel mio organismo ribolliscono le medesime reazioni chimiche che scatenano il pianto di un marito la cui moglie sta morendo di cancro: siamo uguali perchè portafogli e marca dei vestiti non contano più niente mentre la nostra realtà si contorce a seconda degli stimoli esterni ricevuti dai tessuti nervosi fino all'ippotalamo. Possiamo chiamarci Gheddafi, Mussolini o Madre Teresa ma il nostro sistema nervoso è influenzato dalla stessa fibra di sostanza reticolare e di vie nervose ascendenti e discendenti: ciò che trasforma i nostri volti in maschere di dolore e disperazione è un apparato del nostro corpo non così diverso o più complesso di quello digerente.
Nel provare emozioni, gli uomini sono identici in modo nobile ed autentico, come quando vanno di corpo: il luogo e la circostanza potranno rendere l'atto più o meno confortevole, ma la sostanza sarà la stessa per tutti i sei e più miliardi di abitanti del pianeta Terra.

Quand'anche questa premessa avesse un senso per chi sta leggendo, immagino che una domanda sorga spontanea; perchè concentrarsi solo sul male che ci affligge, sia individualmente sia come specie nel suo complesso? Perchè pensare che un pianto parifichi, unisca, equipari le persone più di una risata o un momento felice? Che ragione c'è nel credere che lo stare male abbia più potere in questo senso dello stare bene?

La mia risposta, di fatto, è “Non lo so”.
Forse ho una considerazione dell'esistenza troppo legata alla mia idea di arte, alla convinzione che un vero artista non crei mai senza soffrire e che un atto di creazione meritevole, degno di nota, abbia sempre alle sue spalle il dolore in qualche sua forma. Agli animali non è naturalmente concesso di partorire, creare nel vero senso della parola, senza provare dolore; perchè, dunque, dovrebbe essere concesso all'arte di emergere senza un qualche tipo di travaglio fisico o mentale?
Non lo so” è una risposta di primo grado, e probabilmente converrebbe fermarsi qui se la conclusione non fosse così palesemente indecente. Quindi proseguiamo, tanto magari avete lasciato il computer acceso per sbaglio prima di uscire e il vostro criceto sta ancora leggendo.

La mia risposta di secondo livello ruota intorno alla parola “Solidarietà”. Penso che il mondo si riveli spesso un posto brutto e cattivo, dove il dolore ha il merito di unirci e renderci simili. Trovo vi sia un legame profondo tra arte e dolore, in quanto essi sono i costituenti delle libertà di cui l'uomo si avvantaggia maggiormente: “Lacrime e canzoni, le due libertà più grandi” come diceva il mio poeta preferito.
Forse, per queste ragioni, la sintesi dei due elementi è ciò che trasforma la Terra in un inferno solidale, e ci permette di guardarla come qualcosa di più di un “posto brutto e cattivo”. Una ragazza ci spezza il cuore, e noi capiamo come si sentiva quel nostro amico tanti anni fa. In morte di un parente, viviamo i nostri più alti momenti di lucidità, di drammatica consapevolezza su quanto sia breve e preziosa la vita. Ci sentiamo privati dei nostri diritti, anestetizzati ed instupiditi dai governi, ed improvvisamente ci troviamo ad odiare un po' meno chi prima per noi appariva straniero ed ostile. Sentiamo notizie di posti vicini a noi dove avvengono massacri di innocenti, e la mente si sposta al ricordo di cronache storiche il cui significato non ci era del tutto chiaro. Sputiamo sangue mentre il nostro corpo vacilla privo di forze, ed improvvisamente impariamo cosa vuol dire “malattia”. L'amore della nostra vita sembra scivolarci via come sabbia tra le dita, e d'un tratto capiamo come fa Trent Reznor a cantare “Hurt” in quel modo, o come ha fatto De André a comporre “Amico Fragile”.

Pensandoci bene, De André e Trent Reznor sono un paio di buoni motivi per cui vale la pena essere vivi. E per questo dovremmo, almeno in parte, ringraziare l'inferno solidale in cui abitiamo.

domenica 17 aprile 2011

Come salvare il mondo in dieci semplici passi - parte 3

Benvenuti alla terza puntata di « Come salvare il mondo in 10 semplici passi ».
Ne sentivate la mancanza, non è così? Lost è finito e non c'è più niente di confuso e malscritto da seguire, aspettando smaniosi un nuovo episodio. Beh, é appunto per questo tipo di esigenze che ho creato questa rubrica; per quello e per salvare il mondo, si capisce.
Ma soprattutto perchè é finito Lost.

Arrivati alle tappe numero 5 e 6, riassumiamo rapidamente i precedenti punti:

1. Il Toro deve vincere uno scudetto;
2. Il vaticano deve vendere la sua roba;
3. Si deve introdurre una legge sul limite dei consumi;
4. I filosofi devono salire al potere e governare sul mondo.

E se tutto quello che avete letto finora vi è sembrato stupido, vi garantisco che il peggio deve ancora arrivare.

5) passo numero 5: l'umanità deve diventare vegetariana.
Ecco, con questa mi sono giocato l'unico lettore che avevo. Era uno che comunque finiva qui sopra solo perchè sbagliava sempre a digitare l'url del suo sito porno preferito, ma comunque faceva piacere sapere che era lì.
L'essere vegetariani è, al di là di tutto, una cosa in cui credo molto. È una scelta di vita che ho fatto quand'ero piuttosto giovane, ed una delle poche scelte davvero sagge che penso di aver mai fatto. Sono intimamente convinto che sia la cosa più razionale, sensata, umana ed addirittura “naturale” (benchè spesso le critiche vertano intorno alla questione dell'innaturalezza di una dieta vegetariana) che si possa fare nelle proprie scelte alimentari.
Non mi dilungherò ad elencare i motivi che mi hanno portato a diventare vegetariano; sono troppi e alcuni valgono solo per me stesso e per la mia sensibilità. Credo però che ci siano ragioni universali ed assolutamente oggettive per augurarsi che il consumo di carne nel mondo cessi di esistere, o quantomeno diminuisca drasticamente: pratiche come l'allevamento intensivo, la considerazione dell'animale come merce anziché come individuo, il consumo spropositato e folle di carne radicato nella società occidentale sono elementi da denunciare e contro cui scagliarsi, non tanto per convinzioni personali quanto perchè oggettivamente deleteri e rovinosi per il futuro della razza umana. Personalmente, non ho alcun dubbio nel credere che un mondo privo di tutto ciò, un mondo “vegetariano”, o almeno onnivoro in modo sensato e rispettoso, sarebbe un mondo migliore.

6) passo numero 6: il teorema di Ozymandias.
Un giorno, negli anni '80, un tizio ha scritto un libro, anzi un fumetto. Anzi, una graphic novel, che è entrambe le cose.
Nome del tizio: Alan Moore.
Nome della graphic novel: Watchmen.
Chi è Ozymandias? Un personaggio di Watchmen.
E il suo teorema? Smettetela di fare domande e andatevi a leggere il fumetto.

Il teorema di Ozymandias è una specie di piano geniale per assicurare una pace stabile e duratura all'umanità, e più in generale per salvare il mondo creando un'utopia perfetta di serenità e prosperità collettiva. Il problema è che non posso spiegare in cosa consiste esattamente il piano, né dare molti dettagli; anticiperei troppe informazioni sulla trama a chi non ha letto Watchmen (onta e ignominia), ed è una colpa che non mi sento di caricarmi sulla coscienza.
Tuttavia, affinchè tutto questo possa avere un minimo di senso per chi lo legge, cerco di illustrare a grandi linee in cosa consiste il teorema: il genere umano è intrinsecamente portato a farsi la guerra da solo e la sua natura bellicosa lo porterà, prima o poi, ad un inevitabile annientamento. All'occhio umano è sempre indispensabile avere un nemico facilmente riconoscibile, che cambia nelle epoche ma a cui si riconducono tutti i conflitti. Pertanto, l'unico modo possibile per realizzare la pace è ingannare l'umanità, farle vedere un nemico fittizio verso cui incanalare tutte le propulsioni alla guerra.
All'uomo serve una minaccia tanto gigantesca da imporgli di essere uniti e collaborativi nel fronteggiarla, qualcosa di alieno, inspiegabile ma spaventoso a tal punto da rendere necessaria un'alleanza anche con il proprio peggior nemico. Questo, in sostanza, è l'unico modo di far scomparire per sempre la guerra dal mondo.

Okay, non abbiamo capito nulla, ce lo rispieghi? No, telefonate ad Alan Moore: è lui che ha scritto questa roba e io mi limito a copiargli le idee.

Eccoli qui: le nuove fasi del mio magistrale piano per salvare il mondo. Nella prossima puntata scoprirete che in realtà l'isola non esiste, l'aereo non è mai caduto, ci sono i viaggi nel tempo, John Locke non è un filosofo ma un tizio pelato.
Ah no, quella è un'altra cosa. 

venerdì 8 aprile 2011

Il signore del male

Esistono due categorie di persone quando si parla di John Carpenter. Ci sono i fan, che sono completamente incapaci di qualsiasi giudizio anche solo vagamente equilibrato e oggettivo.
Per loro qualsiasi film di John Carpenter è bello, anche quelli che deve ancora girare.
E poi ci sono le persone normali, che invece mantengono un certo distacco per giudicare con equilibrio un film a prescindere da chi l'ha girato.
Per loro, qualsiasi film di John Carpenter è bello, anche quelli che deve ancora girare.
In realtà, ci sarebbe anche una terza categoria, ma non è bello stare a dileggiare delle persone che hanno dei problemi.
dal blog di Roberto Recchioni

Sarebbe imperdonabile, da parte di questo umile blogg... bleurgh! (ogni tanto la tastiera del mio computer si ricorda di vomitare alla vista della parola in questione) non occuparsi di attualità, stare sul pezzo e cogliere al volo il clima dei tempi che corrono, commentando e discutendo le notizie della settimana. Dietro casa nostra piovono bombe, nubi radioattive avanzano ad est e primi ministri incompresi abbreviano processi, mentre il generale sentore di scatafascio collettivo diventa quasi irrespirabile. Ecco perchè mi pare importante parlare dell'evento più significativo di quest'anno solare.
Esatto, è uscito al cinema un nuovo film di John Carpenter.

Si chiama The Ward, è fichissimo ma sicuramente un'opera minore nella filmografia del mio regista horror preferito. Però è un'ottima scusa per scrivere due righe celebrative a proposito di un anti-eroe del mondo del cinema i cui lavori mi hanno sempre toccato nel profondo e lasciato una traccia pesante nella mia sensibilità.
Non si può parlare in questi termini di molti artisti, in particolare se si pensa al cinema: i film sono un po' le noccioline dell'arte, entrano nel tuo sistema ed escono senza troppo significato, ingeriti meccanicamente, quasi senza masticare e senza che le papille gustative indulgano nel produrre una sensazione.
I film di Carpenter, invece, sono quanto di più cinematograficamente saporito potrai mai assaggiare: opere di genere fiere di esserlo (soprattutto horror, ma anche film d'azione, fantascienza e commedia surreale), che si preoccupano di intrattenere ed offrire spettacolo, spaventare, divertire o disgustare; la riflessione di fondo ed il messaggio, sempre presenti ma mai evidenti, entrano nello spettatore subdolamente, sotto la pelle. Il discorso dell'autore è implicito e celato, nascosto dietro maschere metaforiche in cui cinismo estremo e professione di anarchia, elementi ricorrenti della “poetica carpenteriana”, si avvertono sottilmente ma con straordinaria efficacia.
Indicativi, a questo proposito, sono gli atti finali dei film, le ultime scene; non servono a Carpenter per dirci “Questa è la morale della favola”, sono una risata beffarda diretta a noi che tentiamo di capire, di razionalizzare ciò che abbiamo appena visto. I finali dei film di John Carpenter si studiano a scuola, sono anti-colpi di scena che aggiungono una postilla di malvagità alla storia conclusa, a suggerire che le cose non stanno come pensavamo di aver capito, ma peggio, molto peggio.

Sarebbe riduttivo voler comporre una biografia di John Carpenter in queste poche righe di blo... blaaah! (a forza di scrivere qui sopra ho lo stomaco a pezzi). Mi limito a dire che il signore in questione è un arzillo 63enne che ama l'horror, la musica, H.P. Lovecraft e i Los Angeles Lakers. Odia Hollywood e forse l'umanità in generale, è talmente anarchico che definirlo un anarchico sarebbe riduttivo. L'unica cosa più fica dei suoi film sono le sue colonne sonore, che si scrive e suona da solo e che spesso reggono l'intero film solo per come sono capaci di produrre atmosfere. L'indelebilità di suoni e immagini, nei film di Carpenter, è quasi sempre un tutt'uno: impossibile non associare i titoli di coda de Il seme della follia alla schittarrata heavy metal che li accompagna, assurdo non pensare al tema ipnotico di Essi vivono! mentre si ripensa a quel finale folle, cattivissimo e spassoso.

La carriera del maestro è tanto costellata di perle che sarebbe impossibile menzionarle tutte: nell'eccellenza di base, spiccano secondo me tre veri capolavori.
La Cosa, del 1982: mentre al cinema usciva un film su un alieno buono che vuole telefonare a casa, Carpenter produce un film tanto pessimista da sfociare nel totale nichilismo: la minaccia extra-terrestre che costituisce il “mostro” del film è in realtà indistinguibile da noi, rappresenta nient'altro che la piccola spinta di caos sufficiente a far crollare i presupposti di civiltà ed umanità in cui confidiamo ciecamente. A conti fatti, l'uomo è un animale selvaggio che teme e diffida di tutti, la società è poco più di un'illusione.
Il Signore del Male, uscito nell'87: horror che parla di Chiesa, fede e scienza, di ragione portata agli estremi che non è in grado di trovare risposte rassicuranti. Dal mio punto di vista, il film più spaventoso di Carpenter nonché uno dei primi atti più belli che io abbia mai visto.
Infine, il già citato Il Seme della Follia, del '95: sorta di omaggio non dichiarato alla poetica di H.P. Lovecraft e al discorso meta-artistico che lo scrittore imbastisce in molti suoi scritti, è forse l'ultimo film davvero imperdibile che Carpenter abbia girato, e costituisce una sintesi completa dei suoi temi ricorrenti: fragilità della civiltà umana, mostri psicologici più che materiali ed apocalisse imminente; praticamente tutto ciò che si sogna di avere da un film horror.

Me ne rendo conto: i toni della mia disamina sono più vicini alla venerazione incondizionata che allo sguardo oggettivo. Se Carpenter fosse Berlusconi, io mi ergerei fieramente allo status di Emilio Fede. Se Carpenter ne fosse segretario, potrei persino arrivare al punto di votare PD. Ecco, mi sembra una conclusione adeguata: votare PD, lo scenario horror più convincente che abbia immaginato da un sacco di tempo a questa parte.
E purtroppo, come Carpenter insegna, le immagini agghiaccianti hanno una proterva tendenza a realizzarsi davvero: tra un po' ci sono le elezioni comunali.

domenica 3 aprile 2011

Una mosca bianca

Ho sempre pensato che per noi mosche bianche il ronzare senza meta rappresenti l'estasi assoluta: una sorte di pace dei sensi, un nirvana entomologico che una creatura dal cervello più complesso non potrebbe sognare di concepire. In momenti come questi, mi sento onnipotente, capace perfino di evadere con la mente dalla mia corazza di insetto.
Un sorriso si insinua tra le pieghe del mio corpo mentre comincio la meditazione, sognando ad occhi aperti. La mia fantasia prende forma dal nulla, inizio a capire di che si tratta; come sarei, se fossi uomo?

Eccomi: sono sotto la doccia. Da venti minuti. Mentre mi lavo con acqua potabile che scorre abbondante sopra di me, dall'altra parte del mondo, qualcuno muore di sete.
Aspetta, sta cambiando... ora sono in palestra; ho pagato la quota di iscrizione per alcuni mesi, sto bruciando calorie, nella speranza di eliminare il grasso in eccesso. Contemporaneamente alla mia scarsa forma fisica, dall'altra parte del mondo, qualcuno digiuna da giorni. Più tardi, mentre qualcuno muore di fame, io spendo 4 euro per cibo che in gran parte butterò.
Vedo qualcos'altro... vedo che spendo altri soldi, forse per ragioni più costruttive: ad esempio, cifre considerevoli per pagarmi l'università. Un giorno, la mia istruzione mi aiuterà a prendere consapevolezza della realtà del mondo; forse mi insegnerà a distinguere il giusto dallo sbagliato, il pensiero autonomo ed indipendente dal condizionamento esterno.
Contemporaneamente all'emissione della fattura della mia tassa universitaria, qualcuno guarda la tv, ascoltando partecipe consigli per gli acquisti che poi adotterà come modello da imitare.
L'immagine cambia... in meglio, si direbbe. Sono insieme ad una ragazza carina; avvolto dalla sua piacevole compagnia, per un istante penso che la vita non sia affatto male: il sole sopra la nostra testa, gli abiti confortevoli e puliti che indossiamo, l'integrità dei nostri pensieri e il rispetto verso noi stessi ci appaiono reali, alla portata di mano. Contemporaneamente, da un'altra parte, due ragazzi vengono massacrati di botte perchè si tenevano per mano: sono dello stesso sesso e si vogliono bene, ma la vita ed il rispetto verso loro stessi sembrano lontanissimi.
Adesso mi trovo a tavola con la mia famiglia: mentre pranziamo, parliamo del più e del meno e gioiamo interiormente della reciproca compagnia. Contemporaneamente, il cuore del marito di qualcuno smette di battere all'improvviso, mentre i presenti pietrificati non possono nulla, di fronte all'estrema solitudine dello spirare.
Volgo lo sguardo altrove, nella speranza di vedere altro. Sono sempre io, lo stesso di prima: la maglietta che sto per buttare via non mi calza più. Credo di averla pagata poco e che non abbia più senso conservarla, ma mi sbaglio. Ciò che credo sia poco, in realtà è sensibilmente più di quanto la maggior parte delle persone nel mondo possa permettersi di pagare una maglietta.

Ma io non sono davvero umano; sono solo una mosca che vola intorno ad uno stronzo fresco.
Drastico crollo della concentrazione, la meditazione finisce e la fantasia evapora. Cos'è stato a distrarm...
Improvvisamente l'aria si sposta. L'istante dopo, un fendente mi schiaccia contro una sconfinata parete bianca. Un foglio di carta, per dirla con parole umane. Il dolore dura una frazione di secondo, poi è la fine.
Ed eccomi qui morente, sparso un po' ovunque su questo foglio bianco e stropicciato, con il quale sono stato appena assassinato. Negli ultimi istanti di agonia, mentre le mie interiora scricchiolano e macchiano il foglio come una traccia di inchiostro, piccoli frammenti schizzano via dal corpo e si spargono nella superficie: pezzettini di me impercettibili ad occhio umano.
Sto morendo, ma la mia mente è ancora lucida quanto basta per elaborare un pensiero. Mentre esalo l'ultimo respiro, immagino che il mio cadavere spappolato si sia distribuito ordinatamente sul foglio che mi ha ucciso; invece di produrre un unico punto circoscritto, la poltiglia delle mie membra ha formato alcune scritte, impresse sulla carta come fossero stampate. Potranno buttare la pagina sporca, potranno strapparla, ma quella traccia di me resterà intatta.
Avete appena finito di leggermi.

giovedì 17 marzo 2011

Remember, remember

"La felicità è la prigione più insidiosa di tutte"
Alan Moore



Buonasera, Italia.
State comodi? Pensavo fosse ora di scambiare due chiacchiere.
Suppongo che vi chiediate perchè vi ho chiamato qui stasera. Vedi, non sono del tutto soddisfatto del vostro recente rendimento: temo che il vostro lavoro stia perdendo colpi e... beh, purtroppo ho pensato di mandarvi via.
Lo so, ormai è tanto che lavorate per l'azienda. Quasi 150 anni! Ricordo il giorno in cui avete iniziato il vostro impiego, appena smessi i panni degli oppressi e con un sacco di idee strette nel pugno arruffato. « Da dove comincio, sir? » Chiedeste mestamente. Ricordo le mie parole: « laggiù c'è un sacco di povertà ed ignoranza, cominciate pure da lì », dissi sorridendo paterno.
Da allora abbiamo fatto parecchia strada, e in tutto questo tempo non siete mancati un giorno. Non pensate che abbia dimenticato il vostro ammirevole stato di servizio, tutti i contributi offerti all'azienda: opere d'arte inestimabili, una Costituzione di indubbio valore, personalità eccellenti, un patrimonio storico unico al mondo...
Una lista impressionante, non fraintendetemi. Ma, ad essere sinceri, abbiamo avuto anche i nostri problemi; non lo si può negare. Sapete da cosa penso siano stati provocati?
È la vostra fondamentale riluttanza a fare progressi nell'azienda. Pare sempre che vogliate fuggire da ogni responsabilità, ed evitare di essere il capo di voi stessi.
Vi ho offerto una promozione, ed ogni volta mi avete deluso; « Non ce la farei mai direttore, preferisco restare al moi posto! »
Siamo sinceri: nemmeno ci provate, vero?

La realtà è che siete stati fermi troppo a lungo, e questo si riflette sia nel vostro lavoro sia nella qualità generale del vostro comportamento: i continui litigi, gli atti di teppismo, i problemi a convivere pacificamente ed accettare di essere parte della stessa squadra. Poi ci sarebbe anche dell'altro... avrei preferito non tirarlo fuori, ma le voci sulla vostra vita privata si fanno sempre più allarmanti. Pubblicamente, vi comportate da perfetti modelli di armonia, valori familiari e fedeltà; d'altra parte, in privato, non esitate a gettarvi nelle stesse pratiche che esecrate. Spesso finite con il ferire chi vi sta più a cuore, chi non dovreste mai ferire. I vostri comportamenti, dietro la patina di benessere e soddisfazione con cui timbrate il cartellino ogni mattina, tradiscono disperazione, codardia ed intolleranza coltivata nel profondo.
In sostanza: così proprio non va. Ma, d'altra parte, chi potrei incolpare se non voi?
È sempre troppo facile additare come responsabili i cattivi amministratori; seppure, bisogna ammetterlo, nei vostri 150 anni di impiego l'amministrazione è sempre stata pessima. Abbiamo avuto una lunga serie di malversatori, imbroglioni, bugiardi e maniaci che hanno preso decisioni catastrofiche. Ma chi li ha eletti?
Siete stati voi. Voi avete nominato queste persone, avete dato loro il potere di prendere decisioni al posto vostro. Certo, è umano errare una volta o due, ma fare sempre gli stessi errori, anno dopo anno, mi pare pura e semplice premeditazione.
Avete incoraggiato questi incompetenti criminali, che hanno ridotto la vita nell'azienda a un inferno, avete accettato i loro ordini insensati senza sollevare dubbi.
Potevate fermarli; dovevate soltanto dire un pò più spesso di no. Naturalmente, mi rendo conto che le giornate lavorative portino le forze allo stremo, che non desideriate altro che tranquillità e pancia piena: capisco che abbiate voglia di essere felici più di quanta ne abbiate di essere liberi.

In conclusione, pur con le attenuanti relative al vostro caso, mi vedo costretto a sollevarvi dall'incarico. Ma non siate troppo tristi, oggi non è giornata per pensare agli errori del passato e del presente, o alle sconfitte inevitabili del futuro.
Oggi è il 17 marzo e dovremmo considerarlo in prospettiva. Il patriottismo è capace di rivelarsi il sentimento più farsesco, patetico e falsamente aulico di tutti: più lo si celebra e se ne anela la presenza, più perde di valore. E non ha senso celebrarsi, senza mettersi in discussione: non ha senso certificare la nostra nascita, senza attestare che stiamo morendo, lentamente, una riforma della giustizia alla volta, un parlamentare comprato dopo l'altro, un nuovo cervello appeso allo schermo ad accompagnare i precedenti. Più che ricordarci di quando siamo nati, molti di noi vorrebbero esplodere, per poi edificare sopra le ceneri di ciò che ormai considerano un relitto.
Questa mi pare la sola nota capace di rendere autentico un sentimento come il patriottismo: amare qualcosa o qualcuno significa primariamente ricordarsi del suo potere nel farci stare tanto male, nel soffrire amaramente se ci sentiamo traditi.
Oggi, 17 marzo 2011, ognuno di noi è un patriota nella misura in cui il dolore gli attanaglia lo stomaco. 

giovedì 10 marzo 2011

42

Voi ci credete in Dio?
Io diciamo di sì, o quantomeno ci provo. Ma ogni tanto mi chiedo se sia effettivamente una cosa di cui vantarsi.
Fede” non significa forse incoscienza? Risposte ferme ed indiscutibili a domande a cui rispondere sarebbe impossibile, come “cosa c'è dopo la morte” oppure “qual è il mio scopo nel mondo”, dovrebbero suscitare sospetto e diffidenza, non cieco assenso.
Se qualcuno sostiene di avere soluzioni a tutti i vostri dubbi, anche ad interrogativi irriducibilmente oscuri, diffidate di lui, sempre; sta mentendo. Non ha né i poteri né le conoscenze che afferma di avere.
Chi appartiene ad una comunità, sia in senso ristretto sia, più genericamente, come insieme di persone che hanno un'idea comune di com'é Dio, deve per forza di cose fare i conti con le sembianze dei propri confratelli: come faccio, in quanto individuo razionale, ad accettare serenamente di far parte della stessa comunità religiosa di fanatici, esaltati e dittatori intellettuali, che con le loro professioni di fede hanno diffuso odio, violenza e distruzione? Come faccio ad essere tranquillo, nel pensare che i miei “compagni di fede” trattano l'evoluzione di Darwin come un mito e sostengono che la Terra ha seimila anni?
E poi, perchè questo mi scandalizza? È solo una piccola porzione delle assurdità incomprensibili e pericolose che, ad una prima analisi, contiene il mio Libro Sacro ufficiale: Dio che uccide milioni di persone, affoga civiltà e fa piovere zolfo sui sodomiti, Dio che è geloso se si prega qualcos'altro, Dio che non si manifesta mai, ma parla solo in privato a cosiddetti profeti in cui poi dovremmo confidare ciecamente.
Dio che uccide bambini, che è onnipotente ma non batte ciglio di fronte ai disastri della storia; Dio che sta fermo a guardare mentre ad Auschwitz succede quello che succede.

Non è forse una mia colpa intrinseca credere in un Dio così? Chiaramente la fede presuppone un salto irrazionale, per il quale si è tenuti a sospendere i propri dubbi: il genere di balzo, di “sospensione” a cui ci si riferisce quando si pensa ad Abramo e alla sua lotta interiore nel decidere se uccidere il proprio figlio in nome di Dio. “Non capisco, non approvo, mi sento in colpa... ma ci credo”.
Comportarsi così sarebbe davvero indice di sanità mentale? Oppure forse, in fondo, la fede si riduce a disturbo neurologico presente in alcuni di noi?
Sperare che lassù ci sia qualcosa è umano, così come lo è il non rassegnarsi all'idea di svanire nel nulla, una volta morti. Senz'altro è lecito e comprensibile, ma davvero è la cosa giusta da fare?
Il conforto che riceviamo dalla fede vale davvero una tessera d'iscrizione ad un club così colmo di ignoranza, odio fratricida, irrazionalità, stupidità e pregiudizio?
Probabilmente sì: credere davvero che la morte non sarà solo un clic che ci spegne per sempre vale qualunque prezzo e compromesso. È troppo consolante, troppo piacevole gettarsi in una favola di angeli che trasportano il nostro nudo spirito, mentre uno stereo celestiale suona “Breathe me” di Sea e San Pietro ci attende ai varchi; in nome di questa storia, di questa buona novella, siamo disposti a tutto; anche ad odiarci e scannarci a vicenda solo perchè riteniamo il nostro mito più reale di un altro.
In sintesi: sono convinto che spesso si creda in Dio perchè si ha paura della morte e del dolore, tanto che talvolta mi considero un rappresentante di tale atteggiamento. Ma, d'altra parte, c'è qualcosa di più complesso e indefinito dietro l'esigenza della fede, ed anche questo è altrettanto indiscutibile. Non solo la morte, ma il complesso di tutte le domande senza risposta: cosa c'era prima del Big Bang? E prima della Nana Bianca che lo ha generato? E prima del nulla anteriore alla Nana Bianca? E prima ancora? Vediamo un creato ma non un creatore, un orologio privo di orologiaio, e i nostri interrogativi in materia esisteranno finchè esisterà l'uomo.

Come posso, con le premesse che ho posto, pensare di offrire una conclusione coerente? Finirei per pontificare su qualcosa di cui non sono nemmeno convinto, e mi trasformerei nel “dittatore di un credo” che fino ad un attimo prima criticavo. Il vero messaggio è proprio in questo punto, nell'assenza di una conclusione: nessuno, nemmeno il più santo essere umano mai esistito sulla faccia della terra, può suggerire al prossimo se, cosa o perchè credere.
La strategia più eticamente valida, razionale ed umana in proposito è sempre il dubitare: credere, se si sceglie di farlo, ma ricordarsi della natura “dubbiosa” della propria fede; farsi domande, e persino mettere in discussione i comportamenti del vecchio barbuto lassù, se si trovano motivi adeguati.
Penso che, se Dio esistesse, apprezzerebbe più chi usa il cervello di chi non lo fa, al di là delle professioni di fede cieca o di ateismo radicale. Ultimamente con Dio ho un po' questo rapporto: mi sta simpatico lui, detesto molti dei suoi sostenitori.
Un po' come con il mio presidente del consiglio, a pensarci bene...

P.S. Il primo che indovina perché questo post si chiama “42” vince un portachiavi a forma di zombie. Lo giuro sul mio presidente del consiglio, quello simpatico!