Visualizzazione post con etichetta recinzioni. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta recinzioni. Mostra tutti i post

lunedì 12 settembre 2011

E ora qualcosa di completamente diverso - La Trilogia!

In ogni trilogia che si rispetti, il terzo episodio è sempre il più brutto. E questa rubrica è ora giunta al suo terzo capitolo.
Per rispettare la suddetta legge universale, ho passato un pò di tempo a chiedermi quale poteva essere l'oggetto da recensire più adeguato a manifestare un senso generico di “bruttezza impellente”, e quasi subito mi si è palesata davanti la risposta.
Televisione.
Se cerchi qualcosa di brutto, novanta su cento è lì dentro.
La mia storia personale con la televisione è alquanto conflittuale. Da bambino sono cresciuto con una direzione morale precisa che mi impediva di guardare i canali mediaset: non un vero e proprio divieto, quanto più un'espressione di dissenso che la mia famiglia assumeva. Guardare un canale berlusconiano, a casa mia, era un po' come fumare una sigaretta: non certo illegale, ma nemmeno degno di approvazione.
Perciò, se mi veniva voglia di sbirciare una puntata di quel “Dragonball” di cui tutti gli altri bambini parlavano a scuola, dovevo farlo di nascosto.
Crescendo, questo divieto morale contro la mediaset si è attenuato; ma la stessa cosa è successa anche per il mio interesse verso “Dragonball”. Mi sono rapidamente reso conto che la televisione italiana è, molto sinteticamente, una noiosissima montagna di letame populista, dove giusto durante il tg di “Italia 1” si riesce a intravedere mezza tetta mentre nel resto del palinsesto dominano le moralette cattolico-perbeniste, la cronaca nera, i film con Steven Segal, le fiction parodiate da Boris e tutta questa specie di cose.
Ma nella stessa età in cui scemava il mio interesse per Dragonball, si innalzava la mia capacità di reperire con altri mezzi gli show televisivi che avrebbero potuto interessarmi. Nessuno dei quali, per inciso, era italiano: cosa avrei dovuto fare, impegnarmi per trovare su internet le repliche di “Ciao Darwin”?

Da un certo punto di vista, sono convinto che internet abbia liberato la televisione, l'abbia migliorata e spinto chi vi lavora ad impegnarsi per alzarne il livello. Il progresso qualitativo degli ultimi dieci anni di produzione televisiva americana è straordinario, e credo che l'esplosione di internet abbia avuto parecchio a che fare con questo cambiamento: se un canale satellitare per famiglie si permette di mandare in onda The Walking Dead ogni settimana, è anche grazie al download (legale ed illegale) che lo sostiene.
Questo discorso purtroppo è ristretto a ciò che conosco della televisione, ovvero il panorama di offerte che i canali satellitari americani garantiscono a chi sa come trovare ciò che gli interessa su internet, magari senza pagare troppo o senza pagare affatto. Per l'Italia, a mio parere, televisivamente parlando non c'è speranza o quasi: come in ogni altro ambito culturale e sociale, ci meritiamo quello che abbiamo e se è vero che dovremmo crescere come elettorato, dovremmo anche fuoriuscire dai sepolcri di immondizia sotto i quali, come pubblico televisivo, siamo seppelliti.
Ed anche per oggi ho fatto la mia tirata sinistroide. Dai dai dai che ce la giriamo (cit.)

Due o tre serie tv che mi hanno tenuto incollato allo schermo in questo paio di anni solari.

Mad Men
Il telefilm che più di ogni altro testimonia come sia possibile raggiungere un livello qualitativo straordinariamente alto, affrontare temi ambiziosi e complessi, raccontare un periodo storico in maniera tanto accurata quanto avvicente e far amare ogni secondo dello spettacolo. La storia della vita di Don Draper, pubblicitario newyorkese degli anni '60, e della compagnia per cui lavora; oltre ad aver inventato uno dei personaggi più affascinanti e complessi della storia della televisione, Mad Men è in grado di descrivere, attraverso le vicende dei suoi personaggi, l'evoluzione della società americana negli anni '60 e di presentare una ricostruzione storica che fa invidia a gran parte del cinema moderno.
Qui sotto, uno spot particolarmente ispirato.


_________________________________________________________________________

The Walking Dead
Impossibile, per un blog con questo titolo, non spendere due parole sul miglior ritorno degli zombie sullo schermo, televisivo o cinematografico che sia, da anni a questa parte. Il creatore della serie è Frank Darabont, celebrato regista americano famoso per robe quali “Le ali della Libertà” o “The Mist”, e il telefilm è tratto da una serie a fumetti a tema zombesco (o zombiesco? boh) che non si limita a far paura allo spettatore, ma si applica nell'approfondire ciò che accade all'umanità nelle sue condizioni più estreme, quasi apocalittiche.
Qui sotto, un trailer della seconda stagione (in onda tra un mese).


_________________________________________________________________________

American Dad!
Di recente ho letto un'espressione, nel parlare dei Simpsons (che vanno in onda ancora oggi ogni settimana), che trovo particolarmente azzeccata: “accanimento terapeutico”.
I Simpsons erano certamente influenti e provocatori un tempo, ma ora continuano stancamente senza avere davvero qualcosa di interessante da raccontare. “American Dad!” è un cartone animato che sembra replicare lo stesso format (famiglia media americana usata per fare satira sugli USA in generale), ma è più feroce, cinico, nichilista e dannatamente divertente di quanto i Simpsons siano mai stati.
Il creatore dello show, Seth McFarlane, è lo stesso che ha inventato i ben più apprezzati Griffin ed è la testimonianza vivente di come internet possa far sopravvivere una serie tv dichiaratamente anti-repubblicana in un canale iper-conservatore come la Fox. Chi ha il coraggio di fare trenta minuti di televisione in cui si mette in scena il Giudizio Universale come un film d'azione, o si fa un lungo numero musicale sul movimento gay di destra merita, da parte mia, credito illimitato.
Qua sotto 50 secondi sufficienti ad esprimere la genialità random di questo cartone.


_________________________________________________________________________

Community
Community è una delle pochissime cosiddette “sit-coms” che io abbia mai digerito. Ma il fatto è che non solo la digerisco perfettamente, bensì trovo che sia la singola cosa più divertente in tv in questo momento. Il fatto che sia molto poco seguita e rischi ogni anno di essere cancellata per gli ascolti troppo bassi è semplicemente una conferma della sua qualità. Gli episodi girano intorno alla vita quotidiana di un gruppo di studio in un Community College americano, lo stereotipo dell'università pubblica di livello molto basso dove per 5 crediti si può frequentare un corso di vela su una barca ferma dentro un parcheggio. L'enorme virtù di Community risiede nel suo rimescolare la cultura pop e prendersi in giro da sola in modo quasi meta-televisivo (la prima e ultima volta che userò questa parola nella mia vita, promesso).
Nel cast spiccano uno dei miei esseri umani di sesso femminile preferiti al mondo, di nome Alison Brie, e un attore leggendario come Chevy Chase.
In basso, una delle molte scenette completamente improvvisate che contraddistinguono la serie.



mercoledì 25 maggio 2011

E ora qualcosa di completamente diverso - Il ritorno

Sto pensando di promuovere «E ora qualcosa di completamente diverso» al rango di rubrica fissa; un pò come quella su come salvare il mondo, ma più utile.
In effetti, un blog (segue suono gutturale di bile che sale) che si rispetti non può non riservare un angolino per le recensioni. Soprattutto se ciò significa togliere spazio alle deliranti elucubrazioni pessimistiche che ogni tanto si manifestano qui sopra, spesso anticipate dall'apparizione di un invadente coniglio immaginario.

Un paio di film visti tra l'inizio 2011 e il 34esimo anniversario dell'uscita al cinema di Guerre Stellari:

Super, di James Gunn
Decisamente il mio film preferito di questa prima parte di anno. Il lavoro precedente di James Gunn, un horror a bassissimo budget di nome Slither che non si è filato nessuno, era già un mezzo capolavoro; con Super, il regista produce un'opera complessa, disturbante e spudoratamente provocatoria, ma mai in modo fine a sé stesso.
Mascherato da commedia sui supereroi, con annessi personaggi strambi che si comportano in modo buffo, Super è di fatto un'indagine cruda e realistica sulla psicologia umana, oltre che un discorso tutt'altro che banale su cosa significhi “vocazione religiosa”. In cosa si distinguono effettivamente una discesa nella follia, un comportamento sociopatico da una “chiamata del Signore” e un desiderio spontaneo di fare del bene?
Il genio di Super sta dunque nel discorso quasi filosofico che è in grado di imbastire, già a partire dalla sua premessa. Ma è anche la messa in scena, pur nella ristrettezza del budget del film, ad essere qualcosa di assolutamente originale ed affascinante: l'estetica da fumetto e da cartone animato diventa improvvisamente minacciosa, capace di sconvolgere con esplosioni di violenza surreale. In sostanza, Super è cultura pop che si mescola a disquisizioni psicologiche e teologiche; personalmente non potrei chiedere di meglio da un film.


Four Lions, di Christopher Morris
Four Lions sembra un film scritto dai Monthy Python per il genere di umorismo che contiene, sembra scritto dal miglior Ken Loach per la denuncia sociale e i temi che è in grado di portare avanti e sembra scritto da Edgar Wright per il suo tono grottesco e al contempo credibile. Invece è scritto e diretto da tal Chris Morris, alla sua opera prima, ed è una commedia deliziosa e molto divertente, oltre che un film piuttosto coraggioso nel suo messaggio e nel modo di comunicarlo.
La storia racconta le imprese tragicomiche di un gruppo di giovani inglesi che hanno abbracciato la causa fondamentalista islamica, e tentano di organizzare un attentato: gli intenti satirici sono immediatamente evidenti, ma l'atto di accusa che il film porta avanti non impedisce all'autore di creare personaggi complessi e caratterizzati in modo perfetto: per quanto si comportino in modo assurdo e le conseguenze delle loro azioni diventino sempre più disastrose, non manca un sentimento di empatia e coinvolgimento nei loro confronti, come solo un personaggio ben scritto può suscitare.


Drive Hangry, di Patrick Lussier
Okay. Ho esordito con recensioni di due film dalle indubbie pretese autoriali ed ora posso smetterla di fingere gusti più raffinati di quelli che ho, e parlare di un film in 3D con Nicolas Cage che spara.
In realtà non c'è troppo bisogno di parlarne per convicervi a vederlo: Drive Hangry (letteralmente, “Guidare incazzati”) è un filmaccio d'azione di serie B in cui Nicolas Cage deve salvare sua nipote dalle grinfie del Demonio e del suo ragioniere, interpretato magistralmente da William Fitchner. Del cast fa parte anche la bionda dell'ultimo film di Carpenter, e questo conferisce ulteriore credito al tutto. 

L'operazione del film è riuscita a metà: i presupposti per esagerare, cadere nel trash e fare qualcosa di molto divertente sono tutti al loro posto, ma molto dell'umorismo di cui un prodotto simile avrebbe bisogno non è all'altezza della situazione. D'altra parte, ruoli del genere in mano ad attori come Cage e Fitchner sono sempre una buona idea, ma l'impressione è che lo stesso materiale in mano ad un regista più consapevole e dalla più acuta sensibilità trash (alla Rodriguez, per esempio) avrebbe dato vita ad un film memorabile.


Enter The Void, di Gaspar Noé
Il film è del 2009, ma inedito in Italia; l'ho dunque recuperato solo da poco, dopo aver letto commenti entusiastici che lo trattavano praticamente come il miglior film di tutti i tempi. Per quanto esagerate, quelle recensioni non erano troppo lontane dalla realtà: nel guardare Enter the Void, ho avvertito sensazioni simili a quando vidi Requiem for a Dream per la prima volta; uno dei paragoni più lusinghieri che potrei mai fare.
Prima di tutto, ho pensato che mi trovavo di fronte ad un'opera d'arte, ad un film di impatto fortissimo e con idee visive straordinarie. In secondo luogo, ho capito immediatamente che i suoi contenuti erano di quelli che “tengono compagnia per un pò”, infastidiscono e sono digeriti a fatica.
La storia ruota intorno al rapporto tra un fratello e una sorella, lui spacciatore e lei spogliarellista, e alla loro vita insieme a Tokio; la narrazione è frammentaria e si articola in un viaggio all'interno dei ricordi del protagonista.
In realtà è davvero impossibile separare ciò che il film racconta dal modo in cui lo fa: in entrambi casi, gli elementi fondamentali sono l'allucinazione, lo straniamento e la percezione alterata della realtà. Enter the Void è quasi ipnotico nella modalità espositiva, parla più per immagini che per dialoghi ma usa in modo notevole anche la musica. Non si trattiene nell'essere esplicito e talvolta estremo, ma non l'ho mai trovato volgare o gratuito: le scelte su cosa mostrare e cosa lasciare sullo sfondo sono coerenti con il film ed i suoi contenuti. Sicuramente non è un prodotto per tutti: per quanto mi sia piaciuto credo che possa arrivare in modo differente, e drasticamente peggiore, a sensibilità diverse dalla mia.
Qui sotto i suoi titoli di testa, decisamente originali ma anche estremi e frastornanti, un po' come é Enter the Void nel suo insieme. 


domenica 8 maggio 2011

E ora qualcosa di completamente diverso

Alleggeriamo un pò i toni, che sennò i miei lettori (lettori? Ahahah!) si lamentano.

Alcuni libri letti tra l'inizio del 2011 e la morte di Bin Laden (morte di Bin Laden? Ahahah!)

Stephen King – Just after sunset

13 storie brevi scritte da King in gioventù e precedentemente pubblicate su giornaletti locali o riviste semi-sconosciute. Spesso per Stephen King vale l'equazione « scritti giovanili = roba più ispirata della sua carriera », e questo rende Just After Sunset una raccolta meritoria di essere recuperata. Mi sono divertito parecchio a leggere di donne che si svegliano in mezzo ad incidenti ferroviari circondate da cadaveri e sconosciuti minacciosi, sogni profetici di coppie di mezza età in crisi, gatti che arrivano dall'inferno e tutta questa specie di cose. 
Aggiungo una considerazione personale, per la quale i veri fan di Stephen King potrebbero sentire la necessità di dovermi uccidere. Non trovo difetti nel suo modo di scrivere, se non uno che spesso si rivela grosso come una casa: la prolissità. Leggendo La Casa del Buio, ti domandi se ne scorgerai mai la fine o se sarà il libro a seppellirti per primo. Se la Torre Nera fosse durata tre libri di meno, sarebbe stata un capolavoro e persino un libro meraviglioso come It avrebbe giovato di qualche taglio. Per questo trovo il formato del racconto breve particolarmente adatto a King e alle sue indubbie qualità narrative; Just After Sunset non raggiunge forse i picchi di Tutto è Fatidico, ma si fa leggere ed è ampiamente godibile. 
_________________________________________________________________________

Bryan Lee O'Malley – Scott Pilgrim vs The World

Ora: io vorrei tanto fare lo snob fichetto ed esordire con il classico, ma sempre funzionale, “Il fumetto è meglio del film”. Però quando non è vero non è vero: il film omonimo di Edgar Wright è geniale, spassoso, delirante; traspone in modo impeccabile alcuni buoni spunti del fumetto da cui prende ispirazione ma trova strade nuove, aggiungendo secchiate di creatività al materiale di partenza.
Com'è il fumetto? Aprite il dizionario e cercate la voce “carino”.
Sapete cosa trovate? No, non una foto di questo fumetto, bensì la definizione della parola “carino”, che si applica perfettamente allo Scott Pilgrim cartaceo. C'è molto più romanticismo e molti meno combattimenti in stile videogioco, che dal mio punto di vista è certamente un male. 
__________________________________________________________________________

Kazuo Ishiguro – Non Lasciarmi

Il titolo evoca fantasmi di libri che non avremmo mai voluto leggere, ma che il liceo o le nostre fidanzate ci hanno costretto a fare: il segnale d'allarme nel nostro cervello suona minaccioso gridando « Storia d'amore! Storia d'amore! Allontanarsi presto! ». 
In effetti, Non Lasciarmi è prima di tutto una grande storia d'amore, ma scritta magnificamente e senza retorica. L'amore non è l'oggetto fine a sé stesso della narrazione, ma l'opportunità per riflessioni dolorose, profonde e vere sulla ricerca di un senso nel mondo, sulla natura inaccettabile ed assurda della morte e in generale su cosa significa essere umani. In pratica è fantascienza spacciata per un romanzo di Jane Austen, e personalmente spero che le fan di Orgoglio e Pregiudizio si facciano fregare. 
__________________________________________________________________________

David Randall – Il giornalista quasi perfetto

Ricordo di averlo letto molto in fretta e letteralmente divorato, trovandolo bellissimo e molto interessante: un saggio divertente, ironico ma estremamente dettagliato sul mondo del giornalismo e sul valore dell'informazione per la società.
Ma se la consumazione del libro è stata rapida e piacevole, la sua digestione si è rivelata problematica: David Randall appare troppo ottimista e fiducioso nel “potere della stampa” agli occhi del sottoscritto abitante di questo strambo paese a forma di scarpa. Parla di politici costretti alle dimissioni dopo essere stati sputtanati da inchieste giornalistiche e di cittadini informati che attendono solo una voce in grado di sensibilizzarli. Io, d'altra parte, penso a Scilipoti e sorrido mentre rifletto sul vero ruolo dell'informazione: come si può lottare per la verità ed urlarla a gran voce, se al tuo Paese hanno amputato le orecchie per sentirla?

_________________________________________________________________________

H.P. Lovecraft – Le montagne della follia

Ecco uno di quei grandi classici che si passa tutta la vita a dire « Ah sì l'ho letto tre volte, bellissimo! », finché effettivamente non lo si legge, anche perché ultimamente dichiarare di amare Lovecraft è molto di moda. Ebbene, io faccio solo letture strettamente di tendenza e in più nei mesi scorsi avevo un laboratorio noioso all'università, il che mi ha dato ore libere per leggere Le montagne della follia.
Non sono d'accordo con il resto del mondo nel definirlo il capolavoro di Lovecraft (primato che assegnerei ad alcuni suoi racconti brevi); la narrazione, talvolta epistolare talvolta strutturata come diario di viaggio del protagonista, è difficile da seguire, contorta ma al contempo provvista di un inquietante distacco scientifico. Come in ogni racconto di Lovecraft che si rispetti, i personaggi discendono in un abisso di rivelazioni e scoperte inspiegabili, in cui la ragione perde di valore e la verità ancestrale nascosta all'uomo si manifesta più chiaramente. In armonia con la storia, lo stile narrativo diventa oscuro ed evocativo nella seconda metà: non descrive apertamente gli orrori che gli avventurieri disseppelliscono, ma punge la fantasia del lettore invitandolo a prendervi parte.