martedì 22 maggio 2012

Natural Swagger


Gli ultimi giorni, qui alla BeBruceWillis Industries, sono stati interessanti: ad esempio, i miei impiegati si sono mobilitati per cercare di farmi scrivere qualcosa di serio e smetterla con questa barzelletta del blog.

Non ci sono riusciti.

E dunque ho pensato che mi occorresse un argomento non ancora trattato, una nuova tana del bianconiglio profonda abbastanza perchè valga la pena immergervisi a  parole. Certo, potrei fare la solita recensione e andremmo tutti a casa contenti; invece limiterò i riferimenti alla cultura pop al titolo del post, e mi accingerò a parlare di un tema che da tempo macina nella mia testolina senza molta definitezza, ma sul quale credo di avere due o tre cose sensate da dire: il rapporto tra i generi e la condizione delle donne nella società.

« No, ti prego! Piuttosto scrivi una recensione! The Cabin in the Woods è appena uscito al cinema! »
« Spiacente, a ‘sto giro si fa il pezzo femminista. Ma io non vi biasimo, lì c’è il telecomando... se cambiate canale non mi offendo. »

La voglia di scrivere due robe sull’argomento è nata da recenti considerazioni ed esperienze dirette: in particolare, mi sono trovato a riflettere sul fatto che essere una donna significa vivere con uno spettro potenziale di minacce e pericoli in modi di cui l’uomo, semplicemente, non ha esperienza.
So che non è una grande rivelazione e che non suonerà nuovo a nessuno, ma più ci penso e più mi convinco che sia la radice per spiegare un sacco di cose su come funzionano le relazioni sentimentali tra uomini e donne: in particolare, su come la pratica del... chiamiamola corteggiamento, seduzione oppure istintiva ricerca di un partner sia vissuta in modo diverso dalle due parti.

Per quanto si cerchi di separare l’esperienza quotidiana di una donna con i pericoli e le molestie dal semplice provarci con qualcuno in modo innocuo, dal flirtare, dal fare un complimento cavalleresco e dalla generale interazione maschio – femmina della vita di tutti i giorni, la dura verità è che proprio non si può, se si vuole fare un discorso serio ed equilibrato. Il 78% delle vittime di aggressioni o violenze sessuali sono donne, una donna su dodici è stata vittima di stalking nella sua vita, una su sei è stata aggredita o vittima di un tentativo di aggressione: questo è il rumore di fondo di cosa significhi essere una donna su base quotidiana ed è da qui che parte una donna quando reagisce all’interesse di un uomo nei suoi confronti.

Come si traduce tutto ciò nella vita reale?

Le istanze femministe non hanno rovinato il gioco tra sessi e castrato le possibilità o il ruolo maschile nella società, ma hanno risposto a sacrosante esigenze di parità di diritti. 
In sostanza, le donne vivono all’ombra di minacce potenziali proprio nell’ambito del rapporto tra generi e delle interazioni a finalità socio-sentimental-sessuale (bleah!); una donna deve sviluppare il suo senso di ragno nei confronti del prossimo. 
L’etichetta di “sospetto” e “rischioso” associata a un uomo sconosciuto che approccia una donna non deriva da pigrizia, senso di superiorità femminile nelle dinamiche sociali piuttosto che da una presunta naturale passività della donna nelle pratiche che riguardano la seduzione; dipende dal naturale, istintivo pensiero di una donna: “costui rappresenta una minaccia potenziale alla mia persona”.

È incredibilmente triste vivere in un mondo che impone simili condizioni e meccanismi preventivi di auto-difesa; ma sarebbe retorico, da parte mia, impostare la riflessione su toni alla “guarda quanto male c’è al mondo”. Ognuno dovrebbe parlare di ciò che conosce e della propria esperienza, più che tentare di indossare panni altrui: per questo devo confessare che, in quanto uomo, provo più che altro empatia e compassione per i miei compagni provvisti di pene. Il genere maschile trova spesso più difficoltà a venire a patti con rifiuto, frustrazione o con il sentirsi socialmente inadatti al gestire un approccio a scopo sentimental – sessuale.

Paura di un rifiuto, umiliazione, insuccesso e percezione incompleta della realtà sono le chiavi delle dinamiche tipiche del mio club di appartenenza: conosco questi elementi perchè li ho vissuti, e certamente li rivivrò in futuro. Ma, per la mia modesta esperienza sul campo, posso tentare di esaminare i diversi componenti della cosa e rispondere alla domanda di partenza: perchè gli uomini fanno quello che fanno? Dov’è la linea di separazione tra il provarci e il molestare? Di chi è l’utero?

Chissà, magari queste stronzate tornano utili a qualcuno e ci scappa una rubrica di posta del cuore. 


il mio coniglio invisibile minaccia le dimissioni


Per quanto sembri invitante etichettare tutti gli uomini da cui una donna si sia mai sentita minacciata o molestata come maniaci, la verità è che esiste una base comune di reazioni emotive talmente diffuse che nessuno può dire di non averne mai avuto esperienza: profonda insoddisfazione nella propria vita, frustrazione nata dal sentirsi autorizzato a fare qualcosa ma continuare a non ricevere riscontri positivi, e, principalmente, paura.

Di essere rifiutati.
Di non essere all’altezza delle aspettative.
Di restare soli.
Di non realizzare le proprie ambizioni.
E, più di ogni altra cosa, delle donne.
Si è spaventati proprio dalla cosa che si desidera di più: una bella donna. 

stanno venendo a prenderti

Eccitazione e paura spesso scatenano le stesse reazioni psico-fisiche: accelerazione del battito cardiaco, adrenalina, sudore, brividi. 
Una delle cose più strane dell’essere umani è che il corpo è schiavo del cervello: prima sentiamo l’effetto fisiologico, poi il cervello arriva a spiegarci il motivo. 
Panico improvviso: hai visto un velociraptor nell’erba alta oppure la donna dei tuoi sogni ti sta sorridendo? La ragazza con cui stai parlando sostiene il tuo sguardo per un istante più di quanto tu sia abituato: hai paura che stia per ferirti o rifiutare le tue avances oppure sei eccitato dall’intensità della sua espressione?

Spesso, questa roba del provarci con qualcuno, può diventare un confuso, debilitante e terrificante casino. Razionalmente, sappiamo che presentarsi ad una ragazza e cercare di convincerla ad iniziare una relazione (di qualunque tipo) non è esattamente rischioso. Tuttavia, ci troviamo ad avere una reazione a base di paura ed ansia al semplice atto di andare da qualcuno e parlarci. Perchè?

Beh... per via del potere.

Essere attratti da qualcuno significa cedere una certa quantità di potere su di noi. Quando si approccia una persona che si trova attraente, ci si sta deliberatamente rendendo vulnerabili. Stiamo chiedendo di dare un giudizio su di noi su qualcosa che pare trovarsi ad un livello intimo e personale, dunque stiamo conferendo al prossimo il potere di ferirci. E questo può essere maledettamente spaventoso.

Da qui la moltitudine di strategie ed approcci diretti, aggressivi, più o meno molesti, volgari o addirittura violenti che causano il grosso del disagio femminile in quest’ambito. Controllare la situazione, o pensare di farlo, attraverso la determinazione di uno status superiore ed uno inferiore che dovrebbe subire passivamente, è un modo per difendersi ed allontanarsi dalla propria intrinseca vulnerabilità.

Adesso, immaginiamo di essere ancora meno socialmente a nostro agio di quanto già siamo. Sappiamo di desiderare donne, belle donne possibilmente, ma per chissà quale ragione non sappiamo come comportarci per stabilire un contatto o iniziare una qualsiasi relazione. Ci buttiamo nella mischia, ci rendiamo vulnerabili... solo per essere rifiutati continuamente. Il rifiuto, come abbiamo già detto, ferisce sia a livello mentale sia a livello fisico. Istintivamente, siamo condotti ad evitare la reazione fisiologica di dolore che deriva dal rifiuto, e ciò che la provoca: letteralmente, scappiamo dalla paura di aver paura.

E come reagisce l’uomo alla paura? Uno dei modi più comuni è il buttarla fuori: la paura ci fa arrabbiare e scateniamo la nostra rabbia verso ciò che percepiamo essere la causa.
Tentiamo di ridimensionare questa causa, ridurla a qualcosa di inferiore e diverso. Trattare una donna come un numero, un trofeo da vincere o una nostra proprietà da poter reclamare quando vogliamo aiuta a farla diventare meno di una persona, o almeno meno di noi. 

In effetti, l’idea di donna - premio, piuttosto che di donna – “numero in una scala di valore” è così inscritta nella nostra cultura che quando siamo messi di fronte alla constatazione che la ragazza su cui abbiamo delle mire è in realtà un individuo con un’idea di vita e una serie di caratteristiche che la rendono compatibile o non con noi, la verità è così dura che ci sentiamo derubati di qualcosa che ci sarebbe dovuto. 


la principessa di Super Mario, la donna - premio definitiva

Rabbia e risentimento di un genere verso l’altro discendono – oltre che dagli elementi già discussi – anche da uno sbagliato e infondato senso di diritto, dall’idea che un riscontro positivo, di qualunque tipo, sia dovuto e che rifiutarlo, o peggio riservarlo ad altri, sia in qualche modo una violazione di un contratto sociale.

... e allora, che facciamo?

Già.

Sentite, ci sono passato. Ci ripasserò ancora. Sono stato intimidito e frustrato. Ma questo mi sembra un buon momento per citare Kevin Bacon.


Being a fucking waiter with no money, not a lot of drugs, just a mattress on the floor, and still being able to pull chicks. That’s when you separate the men from the boys.

E Kevin Bacon ha sempre ragione. Sempre.

In questo ambito più che in ogni altro c’è un disperato bisogno di forza di volontà per guardare avanti e coltivare la propria consapevolezza. È facile vomitare la propria rabbia ed aggredire il prossimo, mentre è difficile ammettere che forse, se non veniamo ricambiati, siamo noi quelli che lo stiamo facendo sbagliato. E che, magari, stiamo causando più dolore e disagio di quanto ne sentiamo addosso.

Parte del processo di diventare più bravo con le donne è capire che tu, e solo tu, sei responsabile della tua vita; lezione difficile da sentire, quando sembra che tutti gli altri ce l’abbiano più facile. Ma ci sono sempre. Ci saranno persone più interessanti, più fiche, più affascinanti e semplicemente più fortunate di te. La Juve vincerà sempre gli scudetti e l’Italia rimarrà sempre un Paese di destra e dannatamente cattolico. Ci saranno sempre i maniaci, gli stronzi e le brutte persone.

Non vuoi essere etichettato come “creepy”, come fastidio e disagio che una donna deve sopportare perchè è così radicato nella sua quotidianità da essere diventato rumore di fondo?
Comincia a passare più tempo a chiederti come hai fatto e fai stare le donne. Esamina il tuo comportamento e cambialo.

E, nella peggiore delle ipotesi, fai come lui. 



mercoledì 9 maggio 2012

Un lieto fine

Pre-scriptum: questo post non avrebbe il minimo senso se non fosse accompagnato dalla lettura - precedente o successiva, fate un pò voi, ma forse è meglio precedente – di quest’altra cosa. Si tratta di una lettera di ringraziamento scritta da Joss Whedon ai fan, ed è la mia ispirazione per la roba che ho scritto oggi. Per chi non c’ha testa di leggerla in inglese, qui è tradotta in italiano. 


Ciao a tutti.

Cioè, per tutti intendo “voi, che state leggendo”, non proprio tutti. Solo voi che siete qui.
Non dovrei scriverlo affatto, “tutti”. È un errore.  Perchè la maggior parte della gente, in questo momento, non sta leggendo. Ad essere onesti, la maggior parte della gente, in questo momento, si trova in Cina. Ve lo giuro, in Cina.

Anzi, mi sto sbagliando di nuovo. La maggior parte della gente non si trova in Cina. La maggior parte della gente è morta. Nel complesso di tutti gli individui di tutto il mondo, la grande maggioranza è già morta.
C’è un sacco di gente in più che è già morta rispetto a quella che ora è viva. Di fatto, una persona resta morta per un tempo decisamente superiore al tempo in cui è viva. Stiamo tutti per morire, siamo tutti in attesa di morire e resteremo morti per molto più di quanto siamo stati vivi. Essere morti è il grosso di quello che facciamo, e di fatto viviamo solo per un pochino. Quindi quando dico tutti, in teoria mi riferisco a tutti i morti e a tutti quelli che non lo sono ancora; ma l’insieme dei morti è più grosso, quindi perlopiù sto parlando con loro.

Davvero, un sacco di gente è morta: Socrate è morto, Adam Yauch ultimamente è morto, Hitler è morto, quel tipo che l’altro giorno ci ha provato con la mia ragazza... potrei andare avanti anni a farvi l’elenco.  Aspettate, forse quel tipo è ancora vivo. No, non Hitler, quello che ci ha provato con la mia ragazza. 
Beh peccato, è proprio vero che nella vita non si vede mai un lieto fine.

Esistono pochi lieti fine. Sono un evento raro, e quando se ne manifesta uno di fronte a me mi viene voglia di registrarlo mentalmente e provare a celebrarlo nell’unico modo in cui sono capace: su un blog. 
Che celebrazione del cazzo. Sono proprio una vittima di questo sistema che mercifica la letteratura e... 
ma sto divagando. Dove ero rimasto?
Lieti fine. Il prossimo weekend la juventus vincerà il suo ennesimo scudetto, e questo, dal mio punto di vista, rappresenta la pietra tombale definitiva sul concetto stesso di lieto fine. La mia povera città verrà infestata dalla più dannata e disgustosa comunità mai apparsa sulla faccia della terra, quel genere di razza appestata che ti fa desiderare di non essere mai nato.

Gli ebrei.

Eh? Cosa diavolo sto scrivendo??? Hitler, sei tu? Esci subito dal mio blog!

Naturalmente, mi riferivo agli juventini.

Il fatto Torino stia per diventare, di nuovo e chissà per quante altre volte in futuro, teatro di festeggiamenti e celebrazioni nei confronti di un’entità tanto intrinsecamente vile e maligna come è la Juventus mi mette i brividi, e affonda ogni mia speranza di vedere mai un lieto fine come si deve. Dalla mia prospettiva, la Juve è un pò la versione calcistica dell’Impero galattico di Guerre Stellari: sleale, potente e cattivo, senza grossi avversari ad opporsi alla sua avanzata se non un umile gruppo di disorganizzati Jedi in via di estinzione.

Consapevole di questo scenario, lo scorso weekend sentivo il bisogno di distrarmi  e di cercare da qualche parte un lieto fine che potesse soddisfarmi e farmi dimenticare che là fuori, ancora una volta, il male stava vincendo.
Di solito, quando ho bisogno di un lieto fine, leggo un fumetto di supereroi o guardo un film d’azione. Beh, la settimana scorsa ho avuto il culo di avere ha disposizione un film d’azione che, guardacaso, si è rivelato essere il miglior adattamento di sempre di un fumetto di supereroi: The Avengers.


Lettori, vi presento il miglior adattamento. Miglior adattamento, i lettori. 

Ecco, non esagero se dico che il lieto fine dentro – e dietro – questo film compensa per tutte le vittorie bianconere possibili e immaginabili.

Di fatto, il lieto fine anteriore, non interno al film è quello a cui attribuisco più valore, e decisamente ciò che più mi scalda il cuore: lo scrittore e regista di questo film, tal Joss Whedon, fino all’altra settimana era un poveraccio a cui hanno bocciato, cancellato e segato praticamente qualunque cosa abbia mai tentato di fare nel suo campo (cinema e televisione). È una persona profondamente innamorata di quello che fa, nonchè forse uno dei miei punti di riferimento e ispirazioni per quanto riguarda la mia personale visione dell’arte, al pari di gente come John Carpenter (sì, lo so, ne ho già parlato), George Orwell e Fabrizio De Andrè.

La trasmissione del verbo di ognuno di questi signori è il mio lieto fine quotidiano, e lo scorso fine-settimana il successo personale di Joss Whedon mi ha ispirato a dimenticare i lieti fine mancati nelle cose più serie nella mia vita: carriera, relazioni, gente che muore, juve che vince... in rigoroso ordine crescente di importanza.  

Forse quello che voglio dire, in ultima analisi, è che non c’è un motivo reale per cui io debba stare qui a scrivere. Non vi conosco, voi non mi conoscete e più o meno qualunque cosa esca da questa tastiera suonerà stupida alle orecchie degli altri. Nemmeno voi vi conoscete a vicenda, l’unica cosa che avete in comune è la vostra faccia indirizzata verso lo stesso oggetto: lo schermo di un computer. 
Quello, e il fatto che dovete morire.

Ed è così, signore e signori, che si scrive un lieto fine. 

domenica 22 aprile 2012

Facciamolo come a Bangkok


L’altro giorno riflettevo...
no no no, scusate, fermi tutti. Prima la sigla:


L’altro giorno riflettevo sul significato dell’antipolitica di cui si parla in questo periodo. Riflettevo per modo di dire: in realtà stavo battendo violentemente il cranio contro un muro di cemento armato, ricordando che, soltanto  4-5 anni fa, il movimento a cinque stelle mi sembrava un’ottima idea. 

Anche per via del valore che attribuisco all’idea stessa di trovarmi in minoranza (sono vegetariano, tifoso del Toro e protestante, se fossi anche gay avrei fatto jackpot), non potevo non subire il fascino di chi, fin dalle sue origini, si definiva come antipolitica.
A essere onesti, e in parziale difesa del me stesso diciottenne, il movimento fondato da Beppe Grillo ha espresso alcune posizioni che tutt’ora condivido e sostengo: i discorsi sull’energia, lo sviluppo sostenibile e l’ambiente, le campagnie di informazione sul livello di corruzione e criminalità della politica e l’insistere sul concetto di “politico come nostro dipendente” sono argomenti che considero sacrosanti e inattaccabili. Purtroppo, un movimento perde di credibilità e integrità quando i suoi aspetti più universalmente positivi sono mescolati alla melma populista da quattro soldi, a una disumana valanga di contenuti non condivisibili presenti su quella che dovrebbe essere la piattaforma ufficiale (il blog di Beppe Grillo) e a una propaganda no-tav che degenera costantemente nell’incitamento alla violenza.

digiunando pubblicamente a staffetta?

In estrema sintesi, ora come ora il movimento a cinque stelle mi sta parecchio sulle palle, e sono un pò affranto che il dibattito sull’idea di antipolitica in Italia debba fare riferimento a Beppe Grillo e le sue stronzate.
Per me, il simbolo dell’antipolitica è un uomo che con Beppe Grillo non ha nulla da spartire: si chiama Jena Plissken, Snake in inglese, ed è la più azzeccata e brillante incarnazione cinematografica del mio eroe (e personale punto di riferimento quando ho voglia di lanciarmi in un delirio anarcoide) John Carpenter.

ho sentito un "cazzo, sì!" là in fondo?

Se dovessi spiegare a un grillino cosa intendo per antipolitica, prima di tutto gli farei vedere Fuga da Los Angeles. Se a diciotto anni avessi dato retta a Plissken (chiamami Jena!) invece che ai discorsi del Vaffanculo Day, ora il progresso della mia personalità sarebbe un pochino più avanzato; ma procediamo con ordine: chi è Jena? (mi chiamo Plissken!) e di cosa parla Fuga da Los Angeles?

Nel mio percorso di formazione di un’identità politica, ho sempre prestato particolare attenzione all’elemento dell’anticonformismo. In un certo senso credevo (e forse un pò credo ancora) che dubitare delle idee e dei comportamenti prevalenti sia sempre una buona idea. Del resto, Brecht diceva che il pensiero dominante non è altro che il pensiero delle classi dominanti e già questo può giustificare chi si qualifica come anticonformista, o aspirante tale.
Quando però si comincia a invecchiare un pochino, e i propri ideali vengono messi in discussione, l’anticonformismo passa attraverso una lente di osservazione inedita e comincia a somigliare al suo opposto. Entrambe le idee assumono le sembianze di etichette pop ben confezionate e vendibili, due canali di sublimazione organizzati per incanalare il “pensiero dominante” più conveniente del momento: il conformismo più elementare e confortevole, l’anticonformismo più contorto ma potenzialmente più soddisfacente ed eversivo.

ok, però vai avanti

Ma perchè parlare in termini così astratti,  se il soggetto è l’esigenza di antipolitica che sembra crescere in Italia?

Perchè la vera antipolitica deve spazzare via sia conformisti sia anticonformisti; devono perdere tutti, come direbbe Plissken (chiamami Jena), il sistema deve spegnersi senza che un nuovo capo prenda il posto di quello vecchio.
In ogni rivoluzione c’è sempre un difetto, ed è un difetto lungo cinque lettere: gente. 

Nell’essere maturato quanto basta per vedere conformismo e  anticonformismo per quello che sono veramente, due facce della stessa medaglia che prendono entrambe troppo in considerazione la massa e la contemplano come necessario punto di riferimento per saggiarne la vicinanza o il distacco, non posso non stringere la mano con gratitudine al vecchio Jena (mi chiamo Plissken) ed inchinarmi davanti al mio personale libro rosso dell’antipolitica, Fuga da Los Angeles.

Il film, a metà strada tra un sequel e un remake scena per scena del primo capitolo Fuga da New York, lancia un messaggio metacinematografico e spietato, nel quale John Carpenter dimostra che, quando gli studios ti offrono montagne di soldi per replicare una formula e vendere biglietti del cinema e pupazzetti senza prestare attenzione al contenuto, la cosa più intelligente da fare è prenderti i soldi e fare quello che ti pare.
Con questa premessa, l’intenzione originale di esaltare il mito del suo personaggio, diventato con il tempo un’icona alla Rambo, Terminator e simili eroi d’azione destrorsi figli dell’era Reaganiana, scompare in favore di una decostruzione dissacrante: invece di approfondire la mitologia di Jena (Plissken!), Carpenter si diverte a smontarlo, quasi come se il personaggio stesso si opponesse alla sterile riproposizione della formula che aveva funzionato prima, e facesse capire di essere stanco. Plissken (Jena!) si siede quando dovrebbe correre, rallenta quando dovrebbe accelerare e, se c’è una sfida da vincere o una prova da superare, trova il modo meno eroico e più anticlimatico per farlo.
L’(anti)eroe interpretato da Kurt Russel deve decidere se sposare la causa dei potenti o dei rivoluzionari, se permettere o impedire il crollo della civiltà occidentale in favore di un nuovo ordine governato dal “terzo mondo”. Trovatosi in mezzo ad una specie di fuoco incrociato tra il presidente degli Stati Uniti (che sembra molto Ronald Reagan) e il capo dei rivoluzionari (che è un pò un incrocio tra Che Guevara e Bossi) , l’unica cosa ragionevole è segnare una sconfitta generale, universale e definitiva per il genere umano, un ritorno al un’anarchia quasi medievale che metta tutti sullo stesso piano. L’antipolitica consiste nel fare la terza cosa tra due decisioni da prendere, con la maturata consapevolezza che magari ci sono davvero i buoni e i cattivi, ma è molto più probabile che siano tutti cattivi.


Lo stato della politica in Italia è quello che è: chi ci governa non ha la minima idea o il minimo contatto con il mondo reale che dovrebbe amministrare. Gli stessi politici, nella loro quasi totalità, sono più un cancro che una cura e contribuiscono alla messa in scena della nostra rovina collettiva. Aspiriamo tutti ad un eroe carpenteriano che risolva le cose in nostro favore ma... la verità è che Jena ci guarderebbe in faccia e ci tratterebbe come colpevoli, più che come vittime. E avrebbe ragione. 
Berlusconi non si è eletto da solo, Grillo è libero di sparare cazzate perchè c'è chi lo sta a sentire e, se qualcuno comincia ad avere problemi con la Lega Nord, avrebbe potuto pensarci vent'anni fa prima di farli diventare così potenti. 
Avremmo potuto fare qualcosa invece di fondare un’opposizione inutile e disperatamente poco laica. Avremmo potuto manifestare contro  questo accumulo di privilegi, invece di preoccuparci solo del destino della Val di Susa. Avremmo potuto spegnerli... avevamo il telecomando per farlo. Ma invece di fare come Jena, lo abbiamo consegnato all’antipolitica più finta e manipolatoria mai esistita: abbiamo scelto l’anticonformismo più conformista che potessimo trovare.

Benvenuti nel regno della razza umana.


p.s. secondo tentativo! Chi indovina a cosa si riferisce il titolo vince un pupazzetto di Jena Plissken.





domenica 1 aprile 2012

Perché?

Buonasera bambini!
Questo blog (una brutta parola che voi non dovete usare mai) ha deciso di pubblicare il suo primo post (un’altra brutta parola che voi non dovete usare mai) dedicato all’infanzia.
Non sono mai stato bravo ad esprimermi in maniera “family oriented” e politicamente corretta, quindi, per non correre rischi e mantenere questo scritto degno di bollino verde, applicherò un’autocensura che consisterà nel coprire termini, espressioni e contenuti inappropriati con un bel BEEEEEEP.

Allora: lo scorso post avevo inaugurato su questo BEEEEEEP di blog una BEEEEEEP nuova rubrica chiamata “FAQ” (oppure “BEEEEEEP” nel caso ci fossero bambini che parlano inglese) che consiste nel farmi delle domande da solo. Lo so, è un pò un’idea del BEEEEEEP ma non posso farci niente: a quanto pare, la mia fantasia ha una data di scadenza e oltretutto BEEEEEEP BEEEEEEP non è più al governo e io non ho più un BEEEEEEP da scrivere.

Quando penso a domande interessanti da fare penso a voi, bambini. In particolare, all’attitudine specifica dei bambini ad essere narcisisti e totalmente egocentrici nelle cose che hanno da dire, ma alquanto analitici e capaci di scendere in profondità quando cominciano a farti domande. Exempli Gratia:

Leo Ortolani lo spiega sempre meglio

Non ho molte occasioni per parlare con bambini (principalmente perché io BEEEEEEP i bambini, li BEEEEEEP dal profondo del mio cuore e cerco sempre di girarci lontano altrimenti finirei per BEEEEEEP BEEEEEEP BEEEEEEP il BEEEEEEP del BEEEEEEP). Il problema con i bambini è che non accettano una tua risposta a un certo punto: non capita mai di sentirli dire “ah, okay, ora ho capito” ma insistono in questa folle decostruzione al termine della quale non sai più nemmeno tu chi sei e il discorso diventa strano ed assurdamente astratto: perché, perché, perché...

In effetti, da bambino, cascavo anch’io molto spesso nel loop dialettico del “perché” con il mio interlocutore del momento. È una pratica che anche ora che sono più o meno cresciuto continua ad affascinarmi e incuriosirmi per via del suo potenziale teoretico.

Una delle forme di “ragionamento filosofico” più antiche al mondo è il dialogo. Il più famoso esponente di questa forma letteraria è sicuramente Platone, che però, come il sottoscritto, evidentemente non ha mai avuto una conversazione con un bambino in vita sua. Una delle tante cose che io e Platone abbiamo in comune, bambini.
Nei dialoghi di Platone, di solito, ci sono Socrate e il suo interlocutore che discutono del tema che il filosofo intende trattare nel suo scritto. Il problema è che il dialogo si svolge quasi sempre così:

Socrate: blablablablabla, sei d’accordo?
Interlocutore: sì.
Socrate: e quindi, blablablablabla. Ne convieni?
Interlocutore: ah-ah.
Socrate: di conseguenza, possiamo dire che blablabla. Giusto?
Interlocutore: boh, se lo dici tu.

E così via. Ora, io sostengo che, se sostituissimo l’interlocutore di Socrate con un bambino qualunque, i risultati sarebbero molto più interessanti. E visto che io non ho niente di meglio da fare (e se voi mi state leggendo neanche) direi che potremmo sfruttare la nuova rubrica per questo esperimento: cercare di scrivere un vero dialogo platonico. Uno interessante. Uno in cui c’è Socrate che sta parlando con un bambino.

Siete contenti?
E non rispondete BEEEEEEP, che i vostri genitori vi sentono e se la prendono con me.

Le FAQ – edizione per bambini

Da dove cominciare? In fondo non ho ancora scelto un tema di cui...
-          Perché?
Ah, abbiamo già cominciato? Okay, non avevo capito. Perché non ho scelto un tema? Perché ero qui che scrivevo e...
-          Perché?
Perché... perché non ho nient’altro da fare stasera.  
-          Perché?
Perché... non avevo tanta voglia di uscire.
-          Perché?
Perché piove.
-          Perché?
Beh, c’è dell’acqua che sta scendendo dal cielo.
-          Perché?
Perché era dentro una nuvola.
-          Perché?
Le nuvole si formano quando... c’è vapore che sale in aria. Qualcosa del genere.
-          Perché?
Beh perché... sai, non lo so. Non ne ho idea.
-          Perché?
Perché... perché sono stupido. Okay? Sono stupido.
-          Perché?
Perché non ho fatto attenzione a scuola durante la lezione di scienze, okay?
-          Perché?
Perché ero piccolo e pensavo ad altro, e in quel momento non me ne fregava niente di imparare come nascessero le nuvole.
-          Perché?
Perché... perché mi distraggo facilmente, non ho una grande morale del lavoro e del faticare per ottenere risultati nella vita.
-          Perché?
Perché ho una bassa autostima e penso che non combinerò mai niente di buono, okay? Ecco perché!
-          Perché?
Ho uno scarso senso pratico, non ho un dono, un particolare talento di cui vado fiero.
-          Perché?
Che ne so... forse sono stato educato male, non ho avuto una guida precisa e ho sempre avuto tutto facile nella vita... non ho mai dovuto lottare per un pasto caldo o un tetto... cose così.
-          Perché?
Perché sono un privilegiato.
-          Perché?
Perché sono nato in un posto in cui, in confronto alla maggior parte del mondo, sono benestante e fortunato.
-          Perché?
Perché viviamo in un sistema fondato sulla disuguaglianza e la sproporzione nella distribuzione delle risorse.
-          Perché?
Perché l’umanità è fallibile e ha eretto questa struttura intrinsecamente spietata.
-          Perché?
Perché a nessuno gliene frega un BEEEEEEP degli altri, tutti pensano solo a sè stessi.
-          Perché?
Perché la legge morale dentro di me è una bella immagine, ma in fondo è solo una favoletta. La morale ha un peso marginale nelle scelte quotidiane che ognuno di noi compie.
-          Perché?
Perché è quello che penso. È la cosa che mi pare più credibile.
-          Perché?
Perché forse sono un pò cinico su queste cose.
-          Perché?
Perché... non lo so, forse è perché sono raramente felice e soddisfatto di come stanno le cose... anche se in generale mi gira tutto abbastanza bene. Sono anche un ingrato, oltre che un privilegiato.
-          Perché?
Perché sono una brutta persona.
-          Perché?
Sono nato così.
-          Perché?
Non lo so. Nessuno può sapere perché nasce come nasce.
-          Perché?
Perché la conoscenza umana ha dei limiti.
-          Perché?
Perché siamo esseri finiti.
-          Perché?
Perché se fossimo infiniti saremmo Uno, mentre invece siamo molti.
-          Perché?
Perché chiunque o qualunque cosa sia all’origine della realtà, ha fatto in modo che sia così.
-          Perché?
Perché evidentemente pensava che fosse la cosa migliore.
-          Perché?
Perché se fossimo stati uniti a Dio, non ci sarebbe differenza tra Creatore e Creato.
-          Perché?
Beh perché alcune cose sono ed altre non sono.
-          Perché?
Perché le cose che non sono non possono essere!
-          Perché?
Perché altrimenti niente sarebbe! Non puoi pensare che niente che non è sia e tutto ciò che è non sia!
-          Perché?
Perché sennò ci sarebbe ogni tipo di BEEEEEEP, giraffe con sei colli e unicorni con quattordici tette e scimmie con le ali e nel mondo non c’è posto per tutto questo, okay?
-          Perché?
Oh, vai a fare in BEEEEEEP, tu, brutto piccolo BEEEEEEP!

Un pochino, dentro di me, ho sempre sperato che il Fedone, il Teeteto e la Repubblica si concludessero così.

mercoledì 14 marzo 2012

FAQ! - versione per adulti

What’s up internet?
Il post che stavo scribacchiando e meditando di dare in pasto al mondo negli ultimi giorni cominciava più o meno così:

Odio le persone che mi consigliano di essere più ottimista. Non capisco, non ho mai capito l’ottimismo: per essere ottimista devi essere stupido. Un ottimista è qualcuno che affronta la vita pensando « Ehi! Magari succederà qualcosa di bello! »
Ma perchè diavolo dovrebbe mai capitare qualcosa di bello? Cosa sei, stupido?

Ma, appena poche righe più avanti, il mio stesso incipit mi annoiava.
Se Ariosto avesse ragione e la Luna fosse davvero la sede del cimitero delle idee dimenticate, esisterebbe un’area riservata al sottoscritto con tutti gli incipit dei suoi scritti mai conclusi. Non sono soddisfatto della mia creatività e del mio talento e perciò mi annoio. 
Ma in realtà “Annoiarsi”, qualunque sia il motivo, dovrebbe essere vietato per legge. Viviamo in un grande, spettacolare pianeta di cui abbiamo visto una ridicola percentuale. Se non bastasse, l’interno della nostra mente è vasto al punto da essere pressoché infinito: possiamo viaggiare con la fantasia in profondità e a distanze incommensurabili, letteralmente pensare qualsiasi cosa, qualsiasi spazio e qualunque tempo. Il fatto stesso che siamo vivi è una rarità terribilmente preziosa: finché siamo vivi, non ci è concesso annoiarci; probabilmente è il peccato più grave agli occhi di Dio. Lo immagino ascoltarmi dire che mi annoio e pensare tra sè e sè: « Brutto ingrato bastardo! » ...
... ed è così che nascono gli tsunami.
Cosa stavo dicendo? Ah sì, che le cose che avevo pensato di scrivere mi annoiavano, e quindi al momento sto andando visibilmente a braccio. Qualunque cosa verrà fuori la pubblico, giuro. Tanto i post precedenti a questo erano un lungo, inesorabile, abbassamento dei vostri standard.
Sto per inaugurare una nuova rubrica, quindi vi voglio belli concentrati. Per farvi stare attenti a quello che ho da dire ancora 5-10 minuti, ecco la foto di un t-rex con addosso il costume di batman.

grossomodo la cosa più bella di sempre

Le FAQ
Sapete per cosa sta l’acronimo FAQ, vero? Diciamo che se a qualcuno interessasse la mia opinione (interessasse – ahahah!), queste sarebbero le domande più frequenti che mi verrebbero poste sulle mie idee, i miei interessi e i miei gusti artistico-letterario-blablabla. Quelle che seguiranno sono alcune tra le cose più frequentemente domandatemi (frequentemente – ahahah!) che io riesca a ricordare.
ps: Questa è l’edizione delle FAQ per adulti. Prossimamente uscirà l’edizione per bambini, che è molto più interessante e porta a derive filosofiche molto più sostanziose.
pps: Alcune delle FAQ non sono farina del mio sacco, ma appartengono al questionario di Bernard Pivot, una specie di conduttore di talk show ante litteram che aveva inventato una formula per intervistare i suoi ospiti.

Perchè sei vegetariano?
Per molte ragioni, divise tra alcune che stanno su un piano etico ed altre più strettamente politiche. Per cominciare, credo che la parità di diritti debba essere estesa a tutte le specie viventi senzienti, e non limitata al genere umano. Da uomo provvisto di libero arbitrio, preferisco evitare una scelta alimentare che contribuisce ad infliggere dolore e disagio oltre ogni sopportazione a specie animali con una dignità pari alla mia. Tale scelta è scientificamente ritenuta scellerata per l’equilibrio del pianeta, e l’industria alimentare è quella che più di ogni altra sta contribuendo alla rovina degli ecosistemi terrestri. Inoltre, non posso sopportare di finanziare direttamente pratiche come l’allevamento intensivo, e la mia dieta vegetariana è una forma di boicottaggio contro tutti gli allevamenti non cruelty-free.
Perchè studi filosofia?
Al liceo mi riusciva più facile di ogni altra materia. In più, tra i corsi di studi umanistici della mia città è considerato il migliore.
Che razza di lavoro pensi di trovare con una laurea in filosofia?
Tutto è relativo. Dubito che sarà il nome del mio titolo di studio ad influenzare il mio successo nel lavoro, ma piuttosto quello che avrò imparato a fare. Detto ciò, nella vita mi piacerebbe scrivere e studiare filosofia insegna a farlo con struttura, spirito critico e un decente bagaglio culturale.
Qual è la tua parola preferita?
Sono tre ex aequo: caos, oplita, ninja.
Qual è la parola che ti piace di meno?
Ramarro. Non la so pronunciare.
Cosa ti eccita?
Scomposte risate femminili che ho provocato io.
Cosa ti deprime?
Cinismo, snobismo, scrivere su un blog.
I tuoi scrittori preferiti.
George Orwell, Robert Sheckley, Michail Bulgakov, Franz Kafka, Giacomo Leopardi, Alan Moore, Kurt Vonnegut, Philip Dick, Richard Matheson, Dino Buzzati, Joseph Roth, Erich Maria Remarque, Pierpaolo Pasolini, Primo Levi, Ray Bradbury, Chuck Palaniuk, H. P. Lovecraft, Johnatan Safran Foer.
I tuoi fumetti preferiti.
Watchmen, V per Vendetta, Swamp Thing e From Hell di Alan Moore, Hellblazer scritto da Garth Ennis, il Daredevil scritto da Brubaker e Miller, Sandman di Neil Gaiman, l’Uomo Ragno e i Fantastici 4 disegnati da Jack Kirby, Arkham Asylum e Animal Man di Grant Morrison.
Quali sono il tuo supereroe e il tuo cattivo dei fumetti preferiti?
L’Uomo Ragno. È uno sfigato con una bassa autostima che affronta problemi di tutti i giorni, ed evoca una meravigliosa empatia metropolitana. Usa il suo senso dell’umorismo come scudo contro le difficoltà e i suoi poteri e il suo look sono semplicemente molto fichi.
É obbligatorio andare con la risposta più ovvia e dire: il Joker. È stato scrupolosamente indagato e sviscerato nella sua psicologia in decenni di produzione letteraria, ma non ha mai perso una briciola di fascino e profondità.
I tuoi film preferiti.
Il dottor Stranamore, La Cosa, Blade Runner, Matrix, Gli Spietati, Creature dal cielo, Il Buono il brutto e il cattivo, Old Boy, 2011 Odissea nello spazio, Cane di paglia, Spirited Away, Dark City, Boogie Nights, L’alba dei morti viventi, Il Grande Lebowski, L’Esorcista, Requiem for a dream, Guerre Stellari, Videodrome, Jackie Brown, Zebraman 2, Il Sorpasso, Up, Zatoichi, Insider, Sussurri e Grida, Pitch Black, Il senso della vita, Alien, Shawn of the Dead, Unbreakable, Ritorno al Futuro, Le conseguenze dell'amore, Toro Scatenato, C’era una volta il west, Into the wild, Serenity, The Weather Man, Toy Story 3, Die Hard.
Qual è la tua parolaccia preferita?
In italiano è Vaffanculo. In inglese è Cunt. In francese è Enfoiré.
Quale professione, diversa dalla tua attuale, ti piacerebbe svolgere?
L’inventore.
Quale professione, diversa dalla tua attuale, non svolgeresti mai?
L’attore di film porno e il soldato.
Se il paradiso esistesse, cosa ti piacerebbe che dicesse Dio nell’accoglierti ai cancelli celesti?
Ti ricordi quella cosa che hai scritto a 13 anni su come pensavi fosse il paradiso? Ecco, più o meno ci avevi preso. In fondo alla stanza c’è il tuo tavolo, George Orwell ha già ordinato una guinnes media e ti sta aspettando per farsi autografare il tuo libro.

Ecco, ora è proprio evidente che mi annoio, ma prometto che le cose miglioreranno: nel mondo in generale, ma anche in questo blog.


In attesa della clonazione dei dinosauri, ci vediamo alla prossima puntata. 

lunedì 20 febbraio 2012

Un fondamentale studio del superfluo

Un  paio di anni fa ero in erasmus ed affrontavo le solite conversazioni con persone appena conosciute: le classiche chiacchiere di circostanza riguardo al “cosa studi”, “cosa fai nella vita” e questa specie di cose. Per nove mesi, sono sempre rimasto l’unico stronzo a studiare filosofia all’interno di un manipolo di futuri avvocati, medici e ingegneri. Nessuno ha mai stimolato in me una riflessione seria sul perchè studiassi quello che studio, quindi non avevo mai risposto alla domanda con altre intenzioni se non quella di sostenere una conversazione leggera e casual (non proprio una delle mie abilità innate, tra l’altro).
Ma una sera qualcuno mi ha chiesto: “secondo te, la filosofia è un fondamentale studio del superfluo oppure un superfluo studio del fondamentale?”
“Et bien je pense que.. quoi? Il s’agit de ff... je trouve que.. ah, j’n sais pas”, risposi all’epoca nel mio eccellente francese .
Stamattina mi è tornata in testa quella domanda e vorrei rispondere. Tanto lo so che sei laggiù da qualche parte e NON mi stai leggendo, ragazza che me l’ha chiesto due anni fa. E non mi ha nemmeno lasciato il numero a fine serata.
Se dovessi far ricadere la pratica di studiare filosofia in una delle due definizioni, probabilmente sceglierei la seconda: superfluo studio del fondamentale. Non ho mai smesso, nemmeno nei periodi in cui mettevo in discussione la sensatezza della mia carriera universitaria, di credere alla sacralità intrinseca dei contenuti racchiusi nella concezione comune di “filosofia”: non vi è nulla al mondo di più concreto, più reale e più fine a qualcosa, più vicino al mio ideale di spendere tempo sfruttando il mio cervello per il suo potenziale. Sono convinto che la filosofia sia fondamentale: ma potrei forse pensare che studiarla è superfluo, e in questo momento, all’inizio della mia riflessione, sono indeciso sul come concluderò.
Forse potrei partire da un’altra prospettiva: fare un esperimento e provare a comporre qualcosa di simile alla definizione opposta: redigere un fondamentale studio sul superfluo. Ma, esattamente, su quale oggetto o materia superflua dovrei concentrarmi nel mio studio fondamentale?
Cercando “fondamentale” e “superfluo” insieme su google, tra una pagina su Fichte, una su Manzoni e un pezzo sugli attrezzi da cucina, verso pagina 5-6 esce fuori questa roba: 

di cui si dà il caso che io abbia visto il primo e il quarto film. Ed ecco un argomento superfluo su cui io potrei avere qualcosa di fondamentale da dire. Per rispondere ai miei interrogativi sulla vera natura dello studiare filosofia, riempirò qualche riga parlando di cosa ne penso di Twilight. Non fa una piega.  
(Il mio coniglio invisibile si scusa in anticipo)
Cosa ho imparato da Twilight – un fondamentale studio del superfluo
Twilight è, senza grossi dubbi, la più grande e feroce metastasi abbattutasi su letteratura, cinema e cultura popolare degli ultimi anni. Parlarne male o analizzarlo criticamente è un pò come prendersela con un ragazzino con un grave handicap mentale; potrebbe quasi fare tenerezza, se ci si dimenticasse per un attimo del genere di messaggio che lancia. Ma come una piccola, superflua accelerazione nella riproduzione cellulare, Twilight è un tumore che si diffonderà negli anni a venire sopra l’immagine collettiva delle relazioni e del modo in cui la donna dovrebbe rapportarsi all’uomo.  E non è diseducativo in quella maniera fica e divertente come... GTA, che secondo i critici della pagina culturale di Repubblica doveva farmi diventare un maniaco sessuale da grande. È diseducativo in quella maniera subdola e disgustosa come... la propaganda integralista religiosa. Ecco cosa ho ricavato, come idee generali, dopo la mia esperienza diretta con Twilight (e dopo la ricerca sul campo necessaria per scrivere questo pezzo; io sono un professionista).
Non sei nessuno senza un uomo
L’essenza della protagonista di Twilight, Bella, è letteralmente definita dalle sue relazioni con gli uomini. Non è qualcuno, ma piuttosto qualcosa da contendersi e passarsi a vicenda come una canna al concerto dei Grateful Dead. Non si parla mai, da nessuna parte, dei suoi interessi, le sue ambizioni o quello che vuole fare da grande; neanche un hobby piccolo piccolo. I suoi sogni per il futuro riguardano il suo fidanzato e questo è quanto; non un accenno a una carriera o a un percorso di studi. La considerazione di Bella è totalmente relativa al suo status di “fidanzata” e ne dipende la sua stessa autostima. Tanto che, quando crede di essere stata lasciata, Bella è l’equivalente emotivo di questo

al punto di manifestare istinti suicidi per colpa di una relazione vecchia meno di un anno.
Prima di innamorarsi di Edward, Bella si considera bruttina, inpopolare ed inutile; il giudizio di valore su sè stessa dipende solo dall’interesse che manifesta in lei un uomo. Certo, dal punto di vista di Bella (o di chi sta leggendo) quest’idea è rappresentativa del brivido di piacere che si prova quando si incontra qualcuno capace di guardarci al di là dell’aspetto esteriore, qualcuno abbastanza percettivo e sensibile da trovare pregi che neanche noi sapevamo di possedere. Ma consegnare completamente le lenti dell’autostima nelle mani di qualcun altro, piuttosto che mantenerne il controllo, è il classico errore che si compie quando si stabilisce una relazione opprimente, pericolosa o tendente all’abuso. La differenza percepita tra i due componenti della relazione (Edward è perfetto, Bella sta più in basso del buco del culo di un serpente) fornisce a lui ascendente, controllo e predominio su di lei.
Non c’è assolutamente niente di strano in un adulto che vuole uscire con una sedicenne
Questa è una delle cose che passano più inosservate in Twilight, ma Edward, il vampiro protagonista, è un adulto, anzi un anziano, che tende a passare un sacco di tempo a scuola, in mezzo a ragazzini. Ed è interessato a una donna che ha qualcosa come un decimo dei suoi anni: il genere di moventi per cui si finisce in prigione o si è eletti in parlamento in Italia.
l'Edward Cullen italiano

Certo, il corpo di Edward ha smesso di invecchiare e sembrerà per sempre un diciassettenne; ma la sua mente invecchia, e tempo ed esperienza sono in definitiva ciò che qualifica il “diventare adulti”. Edward ha 100 e passa anni di esperienza in più rispetto a Bella, e l’arco di tempo della sua vita comprende una guerra civile, 2 guerre mondiali, la Grande Depressione, la guerra fredda, il ’68, l’assassinio di Kennedy e l’uscita al cinema del primo Guerre Stellari. Il momento più significativo della vita di Bella è un trasloco.
Se si è davvero interessati a Twilight, si passerà oltre tutto questo armati di una decisa sospensione dell’incredulità. Che cavolo, è un fantasy. Il problema è che a un certo punto un personaggio si innamora di un neonato. E nessuno dei presenti sembra avere alcun problema al riguardo.
Amore = maltrattamento
Ed ecco il nucleo del mio fondamentale studio, la cosa che più mi ha ghiacciato il sangue nelle vene mentre guardavo Twilight, mentre mi rendevo conto che con quel nome si riassumono quattro libri e cinque film su quanto sia desiderabile una vita di coppia in cui ci sono aggressioni e maltrattamenti. Insomma, quando si parla di pessime idee tratte da brutti libri o brutti film Twilight è il figlio post-atomico di Frankenstein e Godzilla.
Nel corso della serie, Edward attenta alla vita di Bella, minaccia di farle del male o ucciderla, vandalizza proprietà privata quando è arrabbiato, prende ogni decisione per entrambi e tenta in tutti i modi di isolarla dagli altri – in particolare da Jakob Black, il suo rivale in amore. La scaglia contro un tavolo di vetro e fa sesso in modo così violento da riempirla di lividi e costole rotte. Spinge la loro relazione più lontano e più veloce di quanto chiunque sarebbe disposto ad accettare e, dal momento che decide che stanno uscendo insieme, Bella trascorre quasi ogni momento libero in sua compagnia. Irrompe in casa della ragazza per guardarla dormire e la segue di nascosto ovunque vada. Ma va tutto bene... perchè la ama.
Ogni oggetto di quest’’elenco è un segno di violenza domestica o comportamento violento in una relazione. Ma va tutto bene, Edward non farebbe mai del male a Bella... intenzionalmente. Non può farci niente se lei gli fa venire voglia di farle del male (per via del suo sangue super-invitante ecc).
giustificate situazioni di violenza domestica

In aggiunta a tutto questo, Bella accoglie letteralmente questi segnali di abuso domestico come dimostrazioni dell’amore di Edward. Spesso i due personaggi sono paragonati agli Heathcliff e Cathy di Cime Tempestose, a mio avviso in modo piuttosto preciso; nel romanzo di Emily Bronte, Heathcliff è un sociopatico violento.
Ricordate quanto ho detto prima sulle ambizioni per il futuro di Bella? Sono nell'ordine:
  1. sposarsi;
  2. perdere la verginità;
  3. avere il collo azzannato da un vampiro e passare l’eternità da adolescente, bevendo il sangue degli innocenti e rifuggendo ogni socialità esterna al nucleo familiare;
  4. fare tanti figli;

Il punto 3 è sostanzialmente un desiderio di morte violenta per mano di Edward. Ed è la destinazione finale delle situazioni di violenza domestica, che Twilight consciamente giustifica e promuove. In aggiunta a uno sbandierato incitamento, ad indirizzo del genere femminile, ad incentrare la propria identità sull’essere moglie e madre, e nient’altro che questo.
L’influenza di un’opera di fiction si avverte sempre nella società, ed è per questo che...
Oh insomma, lasciamo stare. Siete ancora qui a leggere? Mi sembra di aver già scritto fin troppo per oggi!
Dite quello che volete sulla sensatezza nel voler indagare solo il fondamentale a discapito del superfluo, ma io continuo a ritenerlo spaventoso e vile, come un vampiro che luccica al sole invece di bruciare.




giovedì 2 febbraio 2012

Se c'era un piano, non sta funzionando

Tra il 16 e il 24 maggio del '44 più di centomila ebrei ungheresi sono stati uccisi nelle camere a gas di Auschwitz.

Ogni tanto è utile cominciare da una brutta notizia per mettere bene in prospettiva le cose e riflettere sul fatto che, fino ad un istante fa, si intendeva parlare di sé stessi. Dei propri problemi personali. Con che autorevolezza o credibilità potrei mai esordire scrivendo « da un po' di tempo mi sento depresso », quando la testa del lettore è ancora concentrata sull'immagine di corpi umani che sfrigolano nei forni di un campo di sterminio come patatine in padella?
E io di credibilità non voglio averne. Questo blog esiste da circa un anno e io non ho una carriera di scrittore, neppure una piccola piccola. Paolo Giordano ne ha una, e questo è un altro aneddoto deprimente quasi quanto quello su Auschwitz.
In fondo, si tratta di fare auto–terapia ed imparare ad accettarsi per quelli che si è: nazisti, Paolo Giordano, bloggers.
E con questo spirito, via al post sentimentale: sigla.


Secondo voi si possono fare battute sugli ebrei anche se non si è ebrei?
Secondo me sì, finchè c'è qualcuno, da qualche parte, che ride. Censurare la commedia per paura di offendere il prossimo sarebbe come rinunciare a prendere il bis del proprio piatto preferito per solidarietà a chi è appena morto di fame: entrambe le azioni sono fini a sé stesse e fondamentalmente innocue, ma entrambe sono sbagliate, uno le sente sbagliate prima di ridere, o riempirsi la pancia. Per me almeno è così.
Quando faccio il bis del mio piatto preferito, io mi sento in colpa. Però continuo a mangiare troppo.
E secondo voi si può essere amici di un razzista? Suppongo di sì, perlomeno in linea teorica... ma io ho dei problemi persino a relazionarmi con qualcuno che ammette di aver votato Berlusconi, che speranze potrei avere di sedare il mio senso di colpa quanto basta?

Ho un dannato senso di colpa che mi spinge a proiettare il mio disagio personale sopra tutti i lutti, le tragedie e le catastrofi di maggiore ampiezza di cui abbia mai avuto notizia. Perdo sempre il confronto, quindi mi sento ancora più in colpa per il fatto che sono a disagio. I lutti più significativi della mia vita sono la morte di tre nonni, con i quali tra l'altro ho avuto la fortuna di trascorrere molti anni insieme e della cui compagnia ho potuto godere a pieno. Sono fortunato, non c'è niente da fare. Certo che dispiace quando muore un nonno, ma i nonni muoiono, è nell'ordine delle cose. Non è che mi sia morta una sorellina tra le braccia o cose del genere. Nessun dramma e nessun trauma, nessuna grande guerra o grande depressione, giusto un po' di crisi economica.

Dovrei fare il mio lavoro ed essere rilassato nell'essere me stesso. Con le cose e le persone a cui posso aspirare, senza cercare di andare troppo oltre. Va bene avere ambizioni, ma fino al punto in cui non ti mangiano vivo se poi succede qualcos'altro di completamente imprevisto.
Dovrei essere me stesso perchè io sono quella persona seduta in quel posto che fa quella cosa. wow, l'ultima frase è un fulgido esempio di quanto sia brillante la mia capacità argomentativa; ora cerco di spiegarmi meglio. Here... we... go

Non mi sto lamentando di nulla, e il mio non è solipsismo. Sto solo dicendo che se hai un posto nell'universo, dovresti imparare a starci e fare bene quello che è previsto tu faccia. Qualunque cosa sia. Odio il cinismo e lo snobismo gratuito, ma mi rendo conto di essere un gigantesco esempio di atteggiamento cinico e disincantato verso la vita. Viviamo nella più incredibile e pazzescamente magica era della storia dell'umanità, un trionfo teatrale e magniloquente in cui la tecnologia ci risolve tutti i problemi e ci soccorre in ogni più piccolo aspetto della nostra vita. Voliamo seduti su una sedia in mezzo al cielo e ci lamentiamo se la nostra poltrona non è abbastanza reclinabile, piuttosto che essere travolti dal miracolo a cui stiamo assistendo. Abbiamo in tasca telefoni che mandano segnali nello spazio e poi li fanno ricadere su un altro cellulare dall'altra parte del mondo e ci irrita la lentezza di una connessione wi-fi.
Tutto è assolutamente stupefacente al mondo, ed è sprecato sulla generazione di individui più pingue, piatta, non-entusiasta e sostanzialmente stronza di sempre, che ha passato decenni a succhiare risorse di qua e di là senza fare grandi sforzi per quadagnarsele. È un'utopia tecnologica al servizio di lamentosi, non-contribuenti che non hanno mai aiutato nessuno. Non hanno mai sofferto la fame o il freddo, e se hanno mai messo piede ad Auschwitz è solo per poter mettere una foto in più su facebook.
E voi venite a dirmi che non dovrei sentirmi in colpa per il solo fatto di trovarmi qui e ora?
'Fanculo. La sapete quella sul negro che cammina con un coccodrillo al guinzaglio?